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“Vi è una opposizione ideologica contro queste soluzioni, una chiusura che non ammette dialogo alcuno”.
Le alternative al fumo continuano a trovare vita non facile, anche sul territorio europeo.
Ed artefice, in tal senso, degna alunna della "maestra" Oms, è anche l'Unione europea, il cui Piano anticancro è, come risaputo, un inno anti-svapo.
Da testa a fondo.
Forte è la denuncia che viene dalla svedese Sara Skyttedal, eurorappresentante presso il Parlamento di Bruxelles.
"L’atteggiamento dell’Organizzazione mondiale della Sanità, che si ostina a bocciare a prescindere tutte le alternative al fumo, avrà conseguente devastanti per quel che riguarda la lotta al cancro”.
Così l'esponente del Partito popolare europeo che ha voluto mettere in guardia, in una posizione condivisibilissima, sul peso delle conseguenze che potrebbero piovere, in un futuro prossimo, persistendo questo ostracismo.
“Questo atteggiamento – ha ribadito l’alta esponente dell’Assemblea di Bruxelles – non potrà che avere conseguenze molto gravi per quel riguarda la lotta al cancro”.
Il pensiero della Skyttedal va, come visto, alle alternative al fumo, in senso generale, con particolare riferimento, però, allo snus.
Ovvero una sorta di tabacco in polvere che va estremamente di moda tra i consumatori scandinavi.
Una polvere che non si inala ma che, invece, viene "assunta" posizionandola tra denti e labbra, sopra le gengive, li potendo restare per un tempo che è a piacimento dell'utente.
E, come sostengono gli amici del Nord Europa, parrebbe proprio che lo snus abbia determinato, con la sua diffusione, una rapida discesa nei consumi di sigarette tradizionali.
In Svezia, in particolare, grazie allo snus, si ha la percentuale più bassa di fumatori con decessi fumo-correlati che sono pari alla metà del trend europeo.
Nonostante i meriti evidenti conquistati sul campo, però, nei palazzi di Bruxelles si ostinano a negare l'evidenza.
E, a una domanda ufficiale avanzata dalla eurodeputata al Commissario per la salute e la sicurezza alimentare, Stella Kyriakides, su un possibile riconoscimento di questa alternativa, è arrivata la devastante risposta
"Ci sono studi
- ha fatto presente la appena citata Kyriakides - che associano lo snus al cancro".
Braccia per terra, davvero.

La prima realtà aziendale a livello globale che, nata come produttrice di sigarette, dice addio al tabacco combusto.
È la scandinava Swedish Match a piazzare il particolare primato.
L’azienda di Stoccolma, infatti, ha appena fatto presente che nel corso dell’anno 2022 cesserà le vendite delle sigarette combustibili e orienterà il proprio business esclusivamente sullo snus, ovvero una delle alternative alle tradizionali bionde.
Una realtà alquanto robusta quella rappresentata da Swedish Match: la stessa, sorta nel 1917 con il nome di Svenska Tändsticksaktiebolaget per volontà di Ivar Kreuger, ha mutato nome nel 1980 e tra le sue controllate annovera anche la Svenska Tobaks AB, a sua volta fondata nel 1915.
Ebbene, Swedish Match fu tra le prime aziende ad intraprendere un percorso avente ad oggetto la necessità di lasciare la strada della produzione delle tradizionali per orientarsi verso rotte maggiormente sicure in termini di tutela della salute pubblica.
Non a caso uno dei principali discorsi in termini di produzione è proprio quello dato dallo snus, ovvero quella varietà di tabacco in polvere che già da anni è estremamente in voga tra i consumatori del Nord Europa.
Lo snus che, si ricorda, non è sostanza da inalare ma il cui consumo, nel suo più diffuso, consiste nel collocare il "prodotto" in bocca tra il labbro e la gengiva superiore, lì trattenendolo per un periodo di tempo che può spaziare, a piacimento di chi lo utilizza, da qualche minuto ad anche svariate ore.
Una decisione estremamente coraggiosa, decisamente etica quella sposata dalla realtà nordeuropea che adotta soluzioni che danno priorità a valutazioni che non sono quelle strettamente economiche, considerandosi quanto sia ancora corposa la fetta dei consumatori che si rivolge costantemente, ancora oggi, al tabacco combusto.
Come noto, anche Philip Morris International – di poche settimane addietro le dichiarazioni in tal senso dei vertici aziendali – ha reso nota la volontà di abbandonare la produzione di sigarette e di puntare esclusivamente sulle alternative.
Un obiettivo che, però, non è da considerarsi attuale ma che si mira a raggiungere nell’arco del prossimo decennio

Alquanto imbarazzante.
Udite, udite.
I Paesi che hanno sposato le linee guida dell’Organizzazione mondiale della Sanità, in quanto a strategie anti-fumo, presentano i tassi di fumatori più alti.
Non è uno scherzo ma sono le conclusioni che emergono da “Vaping Works. Best Practices internazionali: Regno Unito, Nuova Zelanda, Francia e Canada”, studio condotto e pubblicato dalla Property Rights Alliance.
“I Paesi che applicano politiche progressive di riduzione del danno da tabacco – è fatto presente da Christopher Snowdon (Institute of Economic Affairs, Regno Unito), Louis Houlbrooke (Unione dei contribuenti della Nuova Zelanda, Nuova Zelanda), Patrick Coquart (IREF, Francia) e Ian Irvine (Concordia University, Canada) – stanno godendo di un calo significativo dei tassi di fumo. Quelle realtà statali che, invece, stanno seguendo la guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità continuano a sperimentare una incidenza di malattie e di decessi legati al fumo ancora eccessivi”.
Conclusioni attendibili, credibili? Se ciò fosse, siamo al cospetto di una semplice coincidenza o, in realtà, i metodi sposati dall'Organizzazione mondiale della Sanità non sono, verosimilmente, tra quelli migliori in chiave di cessazione dal fumo?
Sono questi i quesiti centrali che dovrebbe farsi chi, a livello statale, stabilisce le politiche sanitarie della Comunità.
La divulgazione di tali cifre, che sono decisamente indicativi – ha fatto presente Nancy Loucas, numero uno del Caphra – “coincide, fortunatamente, con la Convenzione quadro dell’Organizzazione mondiale della Sanità sul controllo del tabacco e, in particolare, con la sessione del mese di novembre”.
“Questo documento – ha sottolineato ulteriormente la Loucas – dimostra che i Paesi che abbracciano lo svapo, scelta che hanno intrapreso realtà quali Francia, Regno Unito, Nuova Zelanda e Canada, hanno assistito a una diminuzione dei tassi di fumo due volte più veloce della media globale”.
Per quanto tempo ancora si potrà, imperterriti, guardare altrove facendo finta di non vedere?

L'importante è arrivarci.
L'Irlanda del Nord, con notevole ritardo rispetto alla scaletta della maggior parte dei Paesi europei, adotta il divieto di fumo in automobile.
E non è una questione che attiene la sicurezza nella circolazione bensì un motivo di squisita tutela della salute.
Il divieto, infatti, si applicherà esclusivamente in presenza di bimbi nell'abitacolo.
Se c'è, in particolare, un minore nella vettura, sarà bandito accendersi una bionda.
Ed il divieto, sia chiaro, vale per tutti.
Guidatori o eventuali passeggeri; In marcia o anche da fermi proprio a conferma di come, appunto, la "ratio" del provvedimento non è da porre in relazione alle "norme" della guida sicura.
"I bambini e i giovani sono i soggetti più vulnerabili agli effetti dannosi del fumo passivo poiché respirano più rapidamente e inalano più sostanze inquinanti, per chilo di peso corporeo, rispetto agli adulti”.
Così il Ministro della Sanità, Robin Swann, vero e proprio estensore della nuova norma.
Il Royal College of Physicians - ha osservato ancora Swann - ha riferito che l’inalazione di fumo di sigaretta può portare ad un aumento del rischio di asma, infezioni delle vie respiratorie inferiori, malattie dell’orecchio medio, bronchite, meningite batterica e sindrome della morte improvvisa del lattante, nonché una ridotta funzionalità respiratoria.
Questi nuovi regolamenti assolveranno ad un ruolo importante nella protezione dei bambini dai danni della dipendenza da nicotina e dall’uso del tabacco.
Prevedo che i regolamenti – ha concluso il medesimo – saranno operativi all’inizio del prossimo anno”.
Una svolta di civiltà, come evidente.
In Italia a questa conclusione ci si è arrivati qualche annetto fa, nel 2016, comunque in grosso ritardo rispetto alla "Sirchia".
Con decreto legislativo, accogliendosi Direttiva 2014/40 dell’Unione europea, si era introdotta la particolare limitazione che, come nel caso irlandese, non è da mettere in relazione ad un discorso di Codice della Strada bensì ad uno di esclusiva tutela della salute.

L'Europa vuole una tassa unica sulle sigarette elettroniche.
Una tassa che superi la discrezionalità dei singoli Stati e, quindi, la varietà "fiscale" rinvenibile nei singoli Paesi membri e si imponga, appunto, come soluzione omogenea.
E' questa una delle ultime "trovate" che vengono dall'Unione europea che, un giorno si e l'altro pure, rivolge pensieri quasi mai allegri (senza quasi, in realtà) al settore del vaping.
Perchè, ovviamente, la sensazione e, allo stesso tempo, il timore è che la manina di Bruxelles andrà ad alzare di parecchio l'asticella verso l'alto, nell'ovvio interesse di disincentivare il consumo del fumo elettronico.
Ma facciamo un passetto indietro.
Già in un rapporto Ce datato 2020 si poteva cogliere l'insoddisfazione, da parte degli esperti del Parlamento continentale, rispetto alla "varietà" tributaria.
L’attuale mancanza di armonizzazione del quadro normativo fiscale relativamente a questi prodotti – avevano sottolineato in quell'occasione dall’Unione – sta anche limitando la possibilità di monitorare il loro sviluppo nel mercato e di controllarne i movimenti”.
La tassa unica non passerà attraverso la predisposizione di un nuovo atto bensì attraverso la modifica di uno già esistente.
Ovvero la Direttiva 2011/64, vale a dire quella che regola la struttura e le aliquote delle accise applicate ai tabacchi lavorati.
Su tale Direttiva si mira, quindi, a mettere mano, in integrazione, in estensione al fine di includere in essa previsioni fiscali che vadano ad abbracciare anche le “alternative”.
In tal senso la Commissione, Organo dell’Unione deputato alle funzioni esecutive e di promozione dell’attività normativa, insiste già dal 2017.
Fonti prossime ai Palazzi del Governo continentale già indicavano in quest'anno quello buono per il varo della tassa unica. Probabilmente, però, se ne parlerà nel 2022.
Val anche la pena ricordare, però, facendo un discorso squisitamente tecnico, come un atto europeo non entri direttamente nel diritto dei singoli Stati, non diventi automaticamente operativo ma pretende un atto interno di ricezione che, in realtà, il determinato Paese non è neppure obbligato ad emanare.
Ovviamente, però, per ragioni strettamente politiche, lo Stato membro molto difficilmente potrebbe ignorare un indicazione così importante in uscita, per giunta, da una Organizzazione di cui si è membri.

Esageratamente Stati Uniti d'America. Quando anche l'applicazione della legge rischia di diventare un clamoroso spot. Succede nella Grande Mela, nel cuore di New York City, dove la locale polizia ha fatto irruzione in un negozio, insieme a personale della Us Drug Enforcement Administration degli Stati Uniti d'America, traendo in arresto i due titolari. Chi pensava che quella attività fosse una copertura per uno spaccio di droga o per un covo di terroristi, è rimasto deluso: in realtà, i due imprenditori sono stati ammanettati e condotti in cella perché gravemente sospettati di avere venduto un liquido per sigarette elettroniche ad un ragazzino quindicenne che, secondo l'accusa, in uscita da una vicina scuola superiore - distante non più di cinque minuti -aveva fatto una siesta nel negozio di e-cig acquistando prodotti che, secondo la normativa vigente, non potevano essergli venduti. Sia chiaro, la legge è legge e non ammette ignoranza: i liquidi per sigarette elettroniche non possono essere venduti a ragazzini perché si presuppone che a quell'età non si debba avere confidenza né con il fumo né con lo svapo. Tutto vero, tutto giusto. Ma è la modalità con la quale è stata condotta l'operazione a destare qualche perplessità. La norma, infatti, prevede, negli Stati Uniti d'America, anche l'arresto nel caso in cui un negoziante non si assicuri dell'età dell'acquirente e finisca per vendere prodotti proibiti ad adolescenti. Ma la legge stessa considera anche forme di repressione e di sanzione molto più blande, come per esempio la multa. Come risulta da fonti "stars and stripes", i negozianti non avevano precedenti né specifici né generali. La modalità dell'arresto appare quindi decisamente sproporzionata e viene quasi legittimo il sospetto che si sia trattata di una azione volutamente eclatante per colpire l'opinione pubblica e per lanciare pesanti ombre sullo svapo. Accostandolo, appunto, a misure repressive estreme come quella del carcere. Perché si sa: a pensar male si fa peccato ma, molto spesso, ci si azzecca.

Brutta piega in Costa Rica per gli aficionados della sigaretta elettronica. Lo Stato centroamericano, infatti, si prepara a mettere al bando la e-cig. Non sarà, sia chiaro, un ban totale sul modello di quanto avviene in alcuni Paesi asiatici. Ma si interverrà, questo si, con una sensibile stretta. Appena, infatti, sarà approvata la legge adesso in fase di ultimazione nel locale Parlamento, non sarà più possibile fumare la sigaretta elettronica in tutti gli spazi pubblici sia all'aperto sia al chiuso. In pratica, si potrà svapare esclusivamente negli spazi privati. Una stretta decisamente tosta che va ad estendere al settore del vaping quella normativa che è già in vigore dal 2012 per quanto riguarda le sigarette classiche. E che, effettivamente, ha contribuito ad abbattere i tassi di fumo. I motivi che sono alla base della normativa in itinere sono presto detti. Secondo gli esperti del Governo costaricano, non sussisterebbero prove rispetto al fatto che la sigaretta elettronica possa effettivamente aiutare a smettere di fumare. Anzi, sottolineano ancora, la stessa non è neppure dimostrato non avere effetti nocivi sulla salute dell'uomo. Sulla base di questi presupposti, quindi, la volontà di avviare una politica che sia finalizzata, attraverso varie strategie, a disincentivare il consumo delle e-cig. In tale contesto, quindi, si inquadra anche la logica di innalzare, come annunciato dai responsabili statali, le tasse sui liquidi. Il maggiore gettito legato al plus tributario andrà a finanziare un apposito fondo che, a sua volta, farà da salvadanaio per la gestione delle malattie fumo correlate. Avete capito bene: rincari sul settore svapo per mettere toppe ai buchi apertisi nella Sanità pubblica a causa delle patologie fumo correlate. Tutta una immensa contraddizione che si fonda su una madornale, erronea convinzione: ovvero quella di ritenere la sigaretta elettronica come parte del problema tabacco e non come una possibile soluzione.  

Alla faccia delle campagne denigratorie, alla faccia degli haters dello svapo. Metta l'animo in pace il partito degli anti sigaretta elettronica: il mercato del vaping, infatti, è destinato a crescere del 17,65% da ora al 2025. Ebbene sì, nell'arco dei prossimi quattro anni il settore assisterà ad un notevole boom che porterà la dimensione del mercato, nell'anno 2025, a circa 84 miliardi di dollari. A porre in essere queste conclusioni è stato un approfondimento di "Research and Markets".

Nonostante il contraccolpo che il settore, insieme al mercato globale tutto, ha patito per effetto della crisi pandemica, si prevede dunque un trend in verticale crescita. Ad incidere sul prossimo andamento sarà una concatenazione di fattori, al vertice dei quali si pone la progressiva disaffezione dei consumatori nei confronti della sigaretta classica. Gradualmente, infatti, si sta prendendo atto, da parte dell'opinione pubblica, delle criticità connesse al fumo in termini di salute, circostanza che si traduce in una flessione delle vendite. Una ampia parte di coloro i quali tentano di smettere, poi, è portata a riversarsi nella sigaretta elettronica, ed in questo processo di smoking cessation pesa tantissimo l'appeal giocato dalla varietà di liquidi ed aromi in circolazione. Inoltre, a suggerire le conclusioni di "Research and Markets", vi è l'aspetto economico: la sigaretta elettronica è decisamente meno onerosa rispetto alle classiche. Una convenienza economica che, ovviamente, diventa tanto più ampia quanto più si è intensi fumatori. Tutti questi elementi lasciano quindi pensare agli analisti come il mercato delle e-cig andrà a conoscere un significativo plus. Ed in questo processo poco potranno le spinte contrarie che si nutrono di campagne diffamatorie e di fake news. Nonostante, pertanto, il clima istituzionale avverso, nella maggior parte dei Paesi, al fenomeno svapo, la crescita del fumo elettronico si pone ormai come un processo inesorabile ed irreversibile. Avrà, quindi, ragione Dautzenberg quando afferma che da qui a vent'anni le sigarette saranno solo un pallido ricordo?

Un nuovo grande alleato si pone al fianco di quanti combattono negli Stati Uniti d'America per la legalizzazione della marijuana. Un alleato nuovo, grande e, soprattutto, ricco. Molto ricco. Amazon, infatti, leader nelle vendite on-line a livello planetario, ha, attraverso le parole di uno dei suoi principali portavoce, dichiarato di sostenere l'impegno di quanti stanno lavorando su questo particolare fronte. Un'ampia fetta di opinione pubblica ma anche rappresentanti politici nonché del mondo dello spettacolo stanno spingendo, nella dibattito americano, affinché il Governo Usa approvi una legge che vada a liberalizzare la cannabis. Ora come ora, già ben 16 stati membri dell'Unione - Enti corrispondenti delle nostre regioni - hanno varato norme in tal senso. Ora, però, si vuole alzare di livello la battaglia e portarla su scala federale. Si chiede, quindi, da più parti di approvarsi una legislazione da parte del Congresso che estenda senza limiti l'uso della marijuana ricreativa. E, come detto, un assist prezioso alla causa è quello che sta venendo dal leader dello shop on-line. Un’apertura, come detto, che già era stata anticipata da un atteggiamento molto più morbido, da parte di Amazon, rispetto al passato, nelle politiche di “controllo” sul personale.

Amazon, infatti, fino ad una manciata di mesi addietro, era solita sottoporre dipendenti e potenziali nuovi tali a periodici screening per escludere l’ipotesi di utilizzo di sostanze non lecite.
E la cui assunzione, rilevata ai test, costituiva sempre causa di esclusione dalle procedure di assunzione.
Ora, invece, questo filtro è stato revocato e nessun test viene effettuato sul personale salvo per quella parte di esso, come gli addetti ai trasporti, che sono chiamati a sottoporvisi per ovvie ragioni di tutela della sicurezza in strada. La sensazione sempre più tangibile è che la pressione esercitata da più parti sul Governo Biden porterà in tempi brevi alla importante svolta.

Tira brutta aria per Iqos negli Stati Uniti d'America.
E tutto a causa di una "sentenza" che incolpa, di fatto, Altria ed il gruppo madre, Philip Morris International, di avere scopiazzato, in buona sostanza, un brevetto di British American Tobacco.
La pronuncia, si diceva, è stata posta in essere dalla US International Trade Commission.
Ed è una pronuncia sanguinolenta, che contiene conseguenze davvero importanti: in base alla stessa, infatti, Pmi non potrà vendere ed importare negli Stati Uniti d'America la sua "Iqos".
Il provvedimento non sarà immediatamente esecutivo ma diventerà tale tra un paio di mesi.
Una questione di forma ma la sostanza non cambia: da qui a breve Iqos non potrà essere commercializzata sul territorio stars and stripes con conseguenze che, dal punto di vista economico, sono facilmente immaginabili.
Questo sempre che le "parti" coinvolte non addivengano a più miti consigli.
Ma quale è il capo di accusa?
Ebbene, secondo British American Tobacco, in particolare, la lama riscaldante utilizzata da Philip Morris in Iqos non sarebbe altro che una copia di un precedente dispositivo utilizzato dalla stessa Bat nella realizzazione di Glo.
Una questione di licenze e di brevetti, per dirla breve.
Bat ha sollevato la questione nel 2020 con un doppio esposto, uno presentato in Germania e negli Usa.
La svolta è arrivata qualche giorno addietro quando l'Agenzia del Governo federale degli Stati Uniti - che fornisce consulenza ai rami legislativo ed esecutivo in materia di commercio - ha, come detto, bloccato Altria e Pmi.
Inutile ribadire quanti e quali potranno essere le conseguenze per le aziende interessate rispetto ad un discorso di business. 
Che, tuttavia, da parte loro esprimono massima serenità dicendosi certe di non avere violato brevetto alcuno.
Dall'altro versante, quello di Bat, invece, sostengono che Pmi potrà anche commercializzare il presunto prodotto scopiazzato ma solo dietro il pagamento delle licenze. 
La questione avrà un lungo seguito nelle aule dei Tribunali