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Si ampliano le fila della World Vaper Alliance.
Il cartello, che riunisce associazioni e singoli dei cinque continenti al fine di sensibilizzare sulla bontà delle teorie di riduzione del danno, dice si all'ingresso di "Ohms do Vapor", associazione portoghese.
"Il nostro slogan – commentano dal sodalizio lusitano – è ‘L’informazione vuole essere libera’, libera da interessi politici e finanziari e disponibile a tutti.
Crediamo che questo approccio dovrebbe essere applicato allo svapo".
Ed ancora "Siamo indipendenti dall’industria del tabacco o farmaceutica".
Dal Costarica all'Uganda al Kenya ed alla Nigeria, passando per l'Argentina e le svariate realtà del vecchio Continente, la bandiera della WVA diviene sempre più multicolore.
La logica ispiratrice della World Vaper Alliance è quella di far comprendere che il problema della cessazione del fumo e delle relative strategie è cosa che non ha bandiere ma si pone come impegno sovranazionale.
Il tabacco produce ogni anno, su scala planetaria, otto milioni di morti, con una incidenza maggiore nelle realtà statali a minore reddito.
La lotta, quindi, non appartiene ad un determinato contesto piuttosto che ad un altro.
Similmente, quindi, anche il tema delle strategie di smoking cessation merita di essere approcciato in modo globale.
Quanto a "Ohms do Vapor", molti dei suoi attivisti già si erano diplomati alla WVA Academy, iniziativa lanciata nella primavera del 2020.
“È importante evidenziare il ruolo che la WVA Academy – commentano i portoghesi con riguardo a quest'ultimo aspetto – ha svolto nella nostra decisione, incoraggiando l’attivismo, discutendo le questioni globali dello svapo e spiegando i processi legislativi e politici che determineranno il futuro dello svapo in tutto il mondo.
Con le nostre competenze e la World Vapers Alliance – la chiusura – come partner, possiamo fornire maggiori e migliori informazioni, si spera che si inneschi lo stesso spirito di advocacy nei nostri follower e compagni vapers”.

Quattro studenti di un Liceo superiore della Florida sono finiti in ospedale - per uno di essi si è preteso il ricovero: E, in America, cominciano a re-intravedersi gli spettri Evali.
Come accennato, quattro studenti, circa sedicenni, sono finiti in Pronto soccorso con gravi difficoltà respiratorie proprio durante l'orario scolastico.
Dopo una prima, veloce indagine si era accertato che i ragazzini avevano svapato, poco prima di entrare in classe, una sigaretta elettronica.
Questo "dato" è bastato per far scoppiare il pandemonio e per far risuonare, puntualmente, le sirene anti-svapo.
Istituzioni scolastiche, comunali, sanitarie, media locali: tutti si sono scatenati in un sos sulla sigaretta elettronica associandosi, quest'ultima, al malore occorso.
Svapo, quindi, che fa rima con pericoli per la salute e giu di li.
Tutto maledettamente approssimativo e frettoloso.
Perchè nessuno si è posto quello che, in realtà, era l'interrogativo principale: ovvero, cosa avevano realmente svapato quei ragazzini?
Avevano utilizzato liquidi comprati negli store ufficiali? Erano prodotti leciti, controllati, soggetti ai protocolli come da norma?
Ebbene, perchè fosse stato così vi sarebbe stato effettivamente un problema.
Alla fin fine, però, la verità è emersa.
Una testata Usa che cura la materia del vaping, infatti, ha appurato che quei quattro adolescenti avevano, in realtà, acquistato i liquidi da un contrabbandiere, da uno spacciatore.
Robaccia assemblata, con tutta probabilità, in qualche garage da mani non competenti.
Senza prescrizioni in termini di sicurezza, di igiene.
Quindi, a spedire in ospedale i giovanotti non è stata la e-cig in quanto tale bensì le schifezze che vi avevano infilato all'interno.
In uno alla loro imprudenza.
Chi non fuma - a maggior ragione se ragazzino - non deve approcciarsi, in primo luogo, alle e-cig essendo quest'ultime unicamente uno strumento di smoking cessation.
Chi svapa, però, devo farlo rivolgendosi unicamente ai rivenditori autorizzati.
Perchè, diversamente, si rischiano problemi a carico della salute - Evali docet.
E si finisce per dar fiato alle solite trombe.

“Otto milioni di fumatori in tutto il mondo muoiono, ogni anno, a causa di malattie, tumorali o cardiocircolatorie che siano, correlate al fumo.
Ebbene, la riduzione del danno da tabacco è un’opportunità per i fumatori di passare da un’alternativa estremamente dannosa a una significativamente meno dannosa”.
Così Dustin Dahlmann, Presidente di Ieva, Independent European Vape Alliance, in una nota che giunge a pochi giorni dall'avvio della Convenzione quadro sul controllo del tabacco, tavolo promosso dall'Organizzazione mondiale della Sanità e che sarà finalizzato a tracciare quelle che saranno le linee guida della lotta anti-fumo del prossimo decennio (quanto meno).

Sfortunatamente – ha insistito Dahlman – l’Oms ha perso di vista questo negli ultimi anni. Ma non è troppo tardi per pentirsi. Deve concentrarsi sul futuro di milioni di fumatori in tutto il mondo, un futuro che sarebbe molto più luminoso se dovessero passare allo svapo piuttosto che fondarsi sul suo dogma controproducente “smetti o muori”.
Attenzione tutta rivolta, quindi, come detto, alla imminente WHO FCTC COP9, appuntamento - cui guarda mezzo Pianeta - in start a Ginevra la prossima settimana.
Durante questa importante conferenza si discuteranno le misure per ridurre il tasso di fumo globale.
La stessa Organizzazione mondiale della Sanità – fanno ulteriormente presente da Ieva – ha scritto in una pubblicazione di un anno fa ‘Ci sono prove conclusive che sostituire completamente le sigarette di tabacco combustibili con lo svapo riduce l’esposizione degli utenti a numerose sostanze tossiche e cancerogene presenti nelle sigarette di tabacco combustibili’.
Ebbene, ora è importante mettere in pratica questa corretta valutazione”.
“Come associazione europea indipendente dall’industria del tabacco - ha chiuso il vertice Ieva - vorremmo che l’Oms, insieme ad altri rappresentanti della politica e della scienza, sviluppasse una strategia mirata per ridurre i danni causati dal fumo.
Naturalmente noi come industria siamo pronti per questo dialogo"

Il Lussemburgo sarà il primo Stato del vecchio Continente a legalizzare la coltivazione della cannabis per scopi “ricreativi”.
Intendendosi per “ricreativa” l’assunzione per mero piacere, al di la di percorsi medico-sanitari.
Il piccolo Stato si prepara, quindi, a dare il la all’importante novità, ormai giunta ai cento metri finali del relativo iter.
Ok, come detto, alla coltivazione. Per quanto riguarda il consumo o il semplice possesso in luogo pubblico, invece, non si avrà una totale legalizzazione ma, comunque, una significativa attenuazione delle “conseguenze”.
Con la particolare fattispecie che declassa da un livello penale ad una banale contravvenzione amministrativa.
Quale è la differenza?
Nessun processo e, in ogni caso, fedina penale immacolata.
E scusate se è poco.
Ma non era già l’Olanda ad essere pioniere in fatto di droghe leggere?
Ebbene, in Olanda, che pure è alquanto avanti in materia, non si permette in alcun modo la coltivazione di cannabis ma l’acquisto, presso i cosiddetti coffee shop, di una quantità quotidiana di massimo 5 grammi/persona.
L’obiettivo ultimo, tornando al Lussemburgo, è quello di tagliare le gambe al business della criminalità che, come in ogni dove, si nutre – e tanto – dei mercati illeciti di sostanze stupefacenti.
Il Ministro della Giustizia, intanto, la “verde” Tanson ad annunciare, attraverso un cinguettio del personale "Twitter" come il Paese si appresti “a fare un passo importante verso una politica di sicurezza e di prevenzione attraverso l’adozione di misure utili a contrastare i crimini legati alla droga, inclusa una soluzione”.
“Le misure – ancora la stessa – includono la regolamentazione dell’uso e della coltivazione della cannabis: gli adulti potranno coltivare legalmente la pianta fino a quattro esemplari per il proprio uso personale, a condizione che tale piantagione si sviluppi presso la propria abitazione”.
“Il consumo ed il trasporto di cannabis o di prodotti a base di essa negli spazi pubblici non sarà più un reato penale ma un reato amministrativo punibile con una multa”, ha chiuso la Ministra.

In tema di fumo e di svapo giovanili esistono delle "predisposizioni". Vere e proprie predisposizioni della singola persona, alias soggetti che sono portati più di altri a fare uso di sigarette e sigarette elettroniche.
Ad approdare a queste conclusioni una ricerca condotta dalla dottoressa Natasha Sokol, membro del Center for Alcohol and Addiction Studies della Brown University, e dal dottor Justin Feldman, membro del François-Xavier Bagnoud Center for Health and Human Rights di Harvard.
Il team era partito dal desiderio di comprendere se le teorie del cosiddetto gateway fossero fondate: ovvero quelle teorie che sostengono che la sigaretta elettronica sia una specie di anticamera del fumo.
Ebbene, le conclusioni dei ricercatori hanno potuto accertare come, in realtà, determinati giovani che svapano avrebbero, piuttosto, fumato nel caso in cui non avessero avuto disponibilità delle sigarette elettroniche.
Se non sarebbe stata una, quindi, sarebbe stata l'altra.
Una questione, quindi, di profili che, per i più svariati motivi, sono suscettibili più di altri a cascare nell'uso di qualche dispositivo - che siano esse "bionde" od e-cig.
L'analisi ha osservato, in particolare, semplificando di molto il "tecnicismo" del discorso, come man mano che lo svapo si diffondeva sul mercato, si assisteva d un progressivo calo nel consumo di "bionde".
Come se un "gruppo" di consumatori si fosse spostato dal vecchio tabacco alle alternative.
Allo stesso modo si è appurato come chi era poco suscettibile a concedersi una sigaretta, anche con l'avvento della e-cig, restava "immune" dall'uso di qualsivoglia "dispositivo".
In soldoni: chi non fumava (prima), non ha neppure svapato (poi).
Appare abbastanza chiaro, ancora, come se vi fosse stata una relazione svapo-fumo, ovvero se la e-cig rappresentasse realmente un fattore predisponente al fumo, si sarebbe dovuto assistere ad un aumento nei consumi di "classiche" e non ad un calo man mano che il vaping prendeva piede nei consumi.
Al di la di tutto, però, in tema di svapo va posto un distinguo.
Troppe Istituzioni, troppa scienza fanno di tutt'erba un fascio.
Invece vanno tenute separate due precise situazioni: una cosa è contrastare il fumo e lo svapo giovanili (e questo è un dato scontato, più che assodato), altra è condannare la e-cig quale strumento di smoking cessation.
Appare fazioso porre un no totale, complessivo.
Trattare la tematica della sigaretta elettronica solo rispetto alla questione giovani, appare essere cosa parziale e che mira ad esaurire, in modo troppo facilone e comodo, una questione che, invece, va guardata e letta con i dovuti, importantissimi distinguo.

L’uso quotidiano di sigarette elettroniche rappresenta prezioso supporto per garantirsi l'astinenza dal fumo.
Lo ribadisce un nuovo studio che viene dal Regno Unito e che si somma ad una innumerevole serie di altri che, in passato più o meno recente, erano giunti ad uguali conclusioni.
Ebbene, secondo l'ultimo lavoro appena pubblicato sul giornale scientifico “Addiction”, il fumatore che vuole sottrarsi alla dipendenza dal tabacco e che fa ricorso al vaping riesce ad "astenersi" per un periodo mediamente superiore rispetto a chi, invece, non fa uso di alcun supporto.
L’approfondimento ha preso in esame 1155 persone di età ricadente nella fascia 17-81 anni, tutte con un passato da fumatore, tutte alle prese con un percorso di smoking cessation

DECISAMENTE PIU’ EFFICACE DEI FARMACI
Ebbene, le conclusioni sono state praticamente più che lampanti: quelli che, in questo iter, facevano uso di sigarette elettroniche riuscivano a dire addio del tutto alle “bionde” o, comunque, a privarsi di esse per più tempo rispetto a quanti andavano ad intraprendere un percorso di “smoking cessation” senza aiuto alcuno.
Rispetto a chi non ricorreva ad alcun supporto, in realtà, anche la farmacologia ha dimostrato, nell’ambito dello stesso studio, avere effetti in termini di astinenza decisamente più efficaci: tra pillole ed e-cig, però, gli indizi sono chiaramente a favore di quest’ultime.
Non è il primo studio che, come detto, “prova” queste teorie.
Abbonda la scienza qualificata che, nel tempo, sta giungendo a determinazioni estremamente incoraggianti rispetto all’utilità del vaping in un contesto di smoking cessation.

TROPPE ISTITUZIONI ANCORA SORDE
Vi è, però, un evidente "snobbismo", rispetto a queste conclusioni, da parte delle massime Istituzioni – dall’Organizzazione mondiale della Sanità passando per l’Unione europea finendo per molte di quelle nazionali.
La cosa più opportuna da fare vivrebbe nella costituzione, in tutte le sedi ove si decidono le politiche sanitarie relative al problema fumo, di tavoli cui siano convocati rappresentanze dei consumatori ma anche, e soprattutto, le varie voci della scienza.
Ascolto e condivisione e non tavoli a senso unico dove, prima di accomodarsi, le decisioni già sono scritte e archiviate.

Le prospettive sono spaventose.
Le nuove norme anti-svapo, prossime ad entrare in vigore in Australia, determineranno il ritorno al fumo di circa 600.000 vapers.
E' questa la stima di Alex Woodak e Colin Mendelsohn, tra i massimi teorici nazionali in fatto di minor danno da fumo.
I due ricercatori, in particolare, hanno commentato il prossimo "start" del regolamento che renderà una mission quasi impossible procurarsi liquidi per sigarette elettroniche a base di nicotina.
Già oggi, si ricorda, la vendita di tale tipologia di prodotti è consentita nella terra dei canguri solo per il tramite delle farmacie - essendo totalmente bandita dai comuni esercizi di vicinato - e solo previa presentazione di ricetta medica che attesti come il vaping sia uno strumento che il paziente sta utilizzando in un percorso di smoking cessation.
I consumatori di e-liquid, tuttavia, riuscivano ancora a farla franca - fino ad ora - acquistando la merce tramite i canali degli on line e, in particolare, presso web store prevalentemente della Nuova Zelanda.
Ora, però, le cose si fanno ancora più complicate.
La nuova norma, infatti, che diventerà pienamente efficace nel mese di Novembre dopo una fase di cuscinetto, imporrà la presentazione della ricetta anche per gli acquisti via web.
Ed ottenere tale certificato non è esattamente una passeggiata.
In primo luogo è da considerare come, in tutta l'Australia, i medici prescrittori siano in numero di appena diciassette.
Per non parlare dello scetticismo che, comunque, i sanitari nutrono verso lo svapo venendo questa soluzione considerata come un'ultima spiaggia allorquando abbia fallito tutta una serie di precedenti step.
Questi ostacoli, quindi, queste difficoltà di natura strettamente burocratica, potrebbero, a detta di Woodak e Mendelsohn, causare un vero e proprio cataclisma col ritorno al fumo di centinaia di migliaia di australiani.
Una ulteriore dimostrazione di come la visione cieca del legislatore possa andarsi a ripercuotere sui temi della pubblica salute.

“I consumatori, le associazioni sono stati esclusi, nuovamente, dai procedimenti e da ogni fase di interlocuzione. E’ incomprensibile che vengano adottate decisioni tanto importanti per il futuro degli utenti senza che quest’ultimi vengano consultati”.
Così Nancy Loucas, Coordinatrice esecutiva della Coalizione dell’Asia, nel commentare la totale esclusione dei consumatori svapo dalle discussioni della Cop9.
A Novembre, come detto, i piani alti dell'Organizzazione mondiale della Sanità sono chiamati all'appuntamento con la menzionata Cop9 - nona sessione della Conferenza delle parti della Convenzione quadro Oms sul controllo del tabacco - vertice da tempo programmato per discutere delle politiche da adottarsi in chiave anti fumo.
Il momento si svilupperà, per la precisione, tra l’8 ed il 12 Novembre e, manco a dirlo, gli attivisti e l'associazionismo pro vaping, così come le rappresentanze dei consumatori, non sono stati neppure lontanamente coinvolti nel "panel" dei lavori.
Una riunione tra intimi, per dirla breve, senza allargamento e coinvolgimento.
Un cantarsela e suonarsela tra figure varie che, dietro al presupposto di fare la guerra alla sigaretta, puntano a portare ben altra guerra.
Ovvero quella alla sigaretta elettronica.
Ebbene, in parallelo alla Cop9 si svilupperà “Streaming Consumers On Point ovunque”, un appuntamento parallelo organizzato dalla Loucas.
Si tratta di una livestream dalla durata di cinque giorni, h24, che sarà trasmessa in simultanea tramite YouTube e Facebook.
Relatori vari faranno le pulci, per così dire, alla COP9 esaminandone i vari passaggi e le decisioni che, di volta in volta, saranno varate.
“L’iniziativa di Scope9 – ha fatto presente l'attivista – è la nostra risposta al fatto di essere stati nuovamente marginalizzati, emarginati. E questo nostro dissenso lo gridiamo in maniera forte e piena di sdegno dal momento che noi, ovvero i consumatori, gli utilizzatori di sigarette elettroniche, siamo i principali stakeholder.
Dovremmo essere i primi interlocutori ed, invece, siamo ancora tenuti all’esterno della discussione e del processo decisionale. Ricordiamo che si vanno ad intraprendere atti che avranno un un impatto diretto sulla nostra salute e sulla nostra sfera giuridica”
Gli attivisti pro svapo non restano, quindi, con le mani giunte, a fare da spettatori ai disastri che, con buona certezza, prenderanno ulteriore forma nel corso della Cop9.
Ma è chiaro che si tratta della lotta di Davide contro Golia

“Vi è una opposizione ideologica contro queste soluzioni, una chiusura che non ammette dialogo alcuno”.
Le alternative al fumo continuano a trovare vita non facile, anche sul territorio europeo.
Ed artefice, in tal senso, degna alunna della "maestra" Oms, è anche l'Unione europea, il cui Piano anticancro è, come risaputo, un inno anti-svapo.
Da testa a fondo.
Forte è la denuncia che viene dalla svedese Sara Skyttedal, eurorappresentante presso il Parlamento di Bruxelles.
"L’atteggiamento dell’Organizzazione mondiale della Sanità, che si ostina a bocciare a prescindere tutte le alternative al fumo, avrà conseguente devastanti per quel che riguarda la lotta al cancro”.
Così l'esponente del Partito popolare europeo che ha voluto mettere in guardia, in una posizione condivisibilissima, sul peso delle conseguenze che potrebbero piovere, in un futuro prossimo, persistendo questo ostracismo.
“Questo atteggiamento – ha ribadito l’alta esponente dell’Assemblea di Bruxelles – non potrà che avere conseguenze molto gravi per quel riguarda la lotta al cancro”.
Il pensiero della Skyttedal va, come visto, alle alternative al fumo, in senso generale, con particolare riferimento, però, allo snus.
Ovvero una sorta di tabacco in polvere che va estremamente di moda tra i consumatori scandinavi.
Una polvere che non si inala ma che, invece, viene "assunta" posizionandola tra denti e labbra, sopra le gengive, li potendo restare per un tempo che è a piacimento dell'utente.
E, come sostengono gli amici del Nord Europa, parrebbe proprio che lo snus abbia determinato, con la sua diffusione, una rapida discesa nei consumi di sigarette tradizionali.
In Svezia, in particolare, grazie allo snus, si ha la percentuale più bassa di fumatori con decessi fumo-correlati che sono pari alla metà del trend europeo.
Nonostante i meriti evidenti conquistati sul campo, però, nei palazzi di Bruxelles si ostinano a negare l'evidenza.
E, a una domanda ufficiale avanzata dalla eurodeputata al Commissario per la salute e la sicurezza alimentare, Stella Kyriakides, su un possibile riconoscimento di questa alternativa, è arrivata la devastante risposta
"Ci sono studi
- ha fatto presente la appena citata Kyriakides - che associano lo snus al cancro".
Braccia per terra, davvero.

La prima realtà aziendale a livello globale che, nata come produttrice di sigarette, dice addio al tabacco combusto.
È la scandinava Swedish Match a piazzare il particolare primato.
L’azienda di Stoccolma, infatti, ha appena fatto presente che nel corso dell’anno 2022 cesserà le vendite delle sigarette combustibili e orienterà il proprio business esclusivamente sullo snus, ovvero una delle alternative alle tradizionali bionde.
Una realtà alquanto robusta quella rappresentata da Swedish Match: la stessa, sorta nel 1917 con il nome di Svenska Tändsticksaktiebolaget per volontà di Ivar Kreuger, ha mutato nome nel 1980 e tra le sue controllate annovera anche la Svenska Tobaks AB, a sua volta fondata nel 1915.
Ebbene, Swedish Match fu tra le prime aziende ad intraprendere un percorso avente ad oggetto la necessità di lasciare la strada della produzione delle tradizionali per orientarsi verso rotte maggiormente sicure in termini di tutela della salute pubblica.
Non a caso uno dei principali discorsi in termini di produzione è proprio quello dato dallo snus, ovvero quella varietà di tabacco in polvere che già da anni è estremamente in voga tra i consumatori del Nord Europa.
Lo snus che, si ricorda, non è sostanza da inalare ma il cui consumo, nel suo più diffuso, consiste nel collocare il "prodotto" in bocca tra il labbro e la gengiva superiore, lì trattenendolo per un periodo di tempo che può spaziare, a piacimento di chi lo utilizza, da qualche minuto ad anche svariate ore.
Una decisione estremamente coraggiosa, decisamente etica quella sposata dalla realtà nordeuropea che adotta soluzioni che danno priorità a valutazioni che non sono quelle strettamente economiche, considerandosi quanto sia ancora corposa la fetta dei consumatori che si rivolge costantemente, ancora oggi, al tabacco combusto.
Come noto, anche Philip Morris International – di poche settimane addietro le dichiarazioni in tal senso dei vertici aziendali – ha reso nota la volontà di abbandonare la produzione di sigarette e di puntare esclusivamente sulle alternative.
Un obiettivo che, però, non è da considerarsi attuale ma che si mira a raggiungere nell’arco del prossimo decennio