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Brookline, cittadina del Massachusetts - nulla a che fare con il mitico ponte delle chewing-gum - che si appresta a piazzare un primato negli States.
A Brookline, infatti, sarà presto proibito vendere sigarette, prodotti a base di tabacco in generale nonchè sigarette elettroniche a quanti sono nati dal 1 Gennaio 2000 in poi.
La norma è praticamente già confezionata ed entrerà in vigore già nel mese di Agosto.

SARA’ UN DIVIETO A “SCALARE”
Da subito, quindi, sarà proibito vendere “bionde” ed e-cig ai ventunenni: con l’avanzare degli anni, ovviamente, il divieto si estenderà ed andrà a comprendere una fascia anagrafica sempre più ampia.
Quando si sarà nell’anno 2040, ad esempio, atteso che rimanga valido questo “regolamento”, a Brookline non si potranno vendere tali prodotti agli under 40.
E’ una previsione molto estrema che mira a cogliere l’obiettivo di una “prima generazione senza tabacco e senza vapore nella Nazione”.
La norma locale è stato votata nel Novembre 2020 dai funzionari locali e, pochi giorni or sono, la stessa ha incassato il “nulla osta” da parte di Maura Healey, Procuratore dello Stato, che ha escluso che la specifica disciplina potesse violare leggi federali o “regionali”.

SODDISFATTE LE ASSOCIAZIONI SANITARIE
Ovviamente, la nuova disciplina ha suscitato le reazioni più disparate.
Le associazioni sanitarie, ad esempio, stanno plaudendo in modo convinto ma vi è anche chi, al contrario, ha parlato di “misura ridicola”.
Come Clive Bates, ex Direttore dell’inglese Ash, che non ha mancato di ricordare come le politiche del proibizionismo presentino sempre una faccia della moneta meno gradevole.
Come quella del contrabbando.
La storia, infatti, insegna come laddove si siano banditi dei beni di consumo, la "domanda" abbia finito per rivolgersi al mercato dell’illecito, del “nero”.
Che, ovviamente, è denso di rischi dal momento che entro di esso difettano sicurezza e controlli.
Un rischio, forse, volutamente ignorato 

In Francia si sta per consumare un improvviso divorzio.
Quello tra le spiagge e le sigarette elettroniche.
Ebbene si perchè Oltralpe si "annusa" una pericolosa tendenza che è quella di voler vietare l'uso della sigaretta elettronica tra sdraio ed ombrelloni.
Si tratta, per così dire, di una estensione di una norma che già da anni è in essere sul territorio francese e che fa divieto di fumare, appunto, "in riva al mare".
Il problema, ovviamente dalla prospettiva degli svapatori, è che si registra un trend ad espandere anche agli utilizzatori di e-cig i paletti già vigenti per i colleghi tabagisti.
Quest'anno, in particolare, il Principato di Monaco ha già bannato sia fumo che svapo e analoga decisione è stata già assunta da tutta una cifra di Comunità minori.
Ma non pare essere finita qua, tutt'altro.
Si parla con insistenza anche di prossime iniziative a Cannes, Nizza, Marsiglia.
A promuovere questa "spinta" è stata la Lega contro il cancro transalpina che ha lanciato, appunto, la campagna delle cosiddette spiagge senza tabacco.
Inizialmente, quindi, la "cosa" riguardava solo le classiche ma, con tutta evidenza, vi sono state pressioni per far di tutt'erba un fascio.
Perchè, si sa, restando in tema di detti e proverbi vari, mal comune è mezzo gaudio.
Il principio invocato è quello della tutela della salute: secondo quanti promuovono queste restrizioni, infatti, fumo e vapore passivo sarebbero nocivi.
Laddove è evidente, però, come mettere sul medesimo piatto della bilancia le due situazioni sia una palese forzatura.
Ma tant'è.
La netta sensazione è che la componente salute si fermi ad un certo punto del discorso per poi lasciarsi spazio a tutta una serie di diverse ed ulteriori valutazioni.
I provvedimenti, ancora, hanno carattere locale, non conseguono a decisioni statali: nella corrente stagione 2021 i danni per gli amatori del vaping sono stati ancora contenuti ma la sensazione è che, a partire dalla prossima estate, non mancheranno le brutte sorprese.

Dopo il grande no, una consolazione, forse magra, per Sha’Carri Richardson.
Un'azienda di svapo americana, infatti, è pronta a ricoprirla di oro (dollari).
Si tratta dell'azienda "Dr.Dabber" che, in pratica, ha messo sul piatto il bel gruzzoletto per avere la ginnasta come testimonial dei suo prodotti.
La Richardson, ventuno anni, è una star dei centro metri: giovanissima ma già affermata, le sue prestazioni le avevano consentito di qualificarsi per i Giochi di Tokyo, prossimi allo "start".
Uno spinello, però, le ha messo una sgambetto, e che sgambetto.
La ragazza, infatti, per colpa di quella "debolezza", è stata pizzicata positiva ad un controllo routinario anti-doping (positiva, in particolare, al Thc).
Per lei è arrivata una squalifica di trenta giorni e l'estromissione dalla squadra Usa pronta a giocarsi le medaglie olimpioniche.
Una estromissione dal team nonostante la squalifica termini, nei sui effetti temporali, prima della cerimonia di apertura della competizione internazionale.
Una beffa tremenda per l'atleta che ha rivelato, poi, di essersi concessa la "divagazione" perchè colta da un momento di "crisi" successivo alla morte della madre.
Ma le leggi, purtroppo, non ammettono cedimenti.
Paga un durissimo prezzo, la Richardson.
Un prezzo che è dal gusto amarissimo e beffardo dal momento che metà degli Stati "stars and stripes" ha depenalizzato, a livello regionale, l'uso delle droghe leggere.
Ed anche al Governo federale tira un'aria molto possibilista rispetto ad un atteggiamento legislativo che sia più soft verso queste sostanze.
Ma tant'è.
Meno male, però, che è arrivato "Dr.Dobber" con la sua proposta che sarà molto difficile da rifiutare: si presterà la super-atleta a...prestare il suo volto e la sua fama a e-liquid ed e-cig?
La trovata, in ogni caso, è da strateghi del marketing: un corpo atletico, perfetto quale quello della ventunenne di Dallas accostato al vaping.
Un "colpo" che consentirebbe di far guadagnare "appeal" ad un intero settore

La sigaretta elettronica è un metodo per smettere di fumare che si rivela efficace come se non più degli altri "tradizionali".
Arriva dal Belgio la incoraggiante conclusione di una nuova ricerca che
rafforza le "tesi" di quanti sostengono che le e-cig rappresentino una valida strategia in ottica di smoking cessation.
Un gruppo di studiosi, in particolare, ha reclutato 244 fumatori intenzionati a dire addio alle bionde.
Gli stessi sono stati suddivisi in due gruppi: con uno è stata adoperato lo "svapo" quale "terapia" per la disassuefazione dalla dipendenza; con l'altro, invece, dispositivi quali cerotti e pillole.
A sette mesi dall'avvio del percorso, si era potuto riscontrare come un terzo degli "adepti" avesse colto il traguardo dell'astinenza.
Ma il dato di grosso significato è vissuto nel fatto che la maggior parte di questi era concentrata nella "coorte" di quanti erano stati trattati con la sigaretta elettronica.
Un ulteriore indizio, quindi, che si somma ai tanti già prodotti dalla scienza e che indica, in modo chiaro, come il vaping non sia, come fantastica qualcuno, complice del problema tabagismo bensì sua possibile soluzione.
Ma tant'è.
Del resto, riscontri importanti, in tal senso, sono stati colti da Organismi di primissimo spessore.
Si pensi a Public Health England, vale a dire il Ministero della Salute di Sua Maestà: l'Istituzione governativa ha acclarato come 50.000 fumatori riuscirono a salutare per sempre le "classiche", nel Regno Unito, nel solo 2017.
E come da cifre snocciolate sempre da PHE, il vaping è risultato essere il supporto più utilizzato nel Paese per cestinare il fumo.
Se ne è servito, nel dettaglio, il 27,2% degli inglesi che hanno tentato il particolare percorso nel corso del 2020.
Vale a dire quasi un inglese su tre ha cercato il sostegno di tale soluzione per sottrarsi alla condizione di tabagista.
E' chiaro che, se lo Stato sostiene questa "possibilità", il risultato sarà certamente più prolifico rispetto a quei contesti ove, invece, si assiste ad infondati boicottaggi

Si chiama "Clinica della svapo" ed è una delle ultime novità pensata nel Regno Unito per aiutare i fumatori a sottrarsi alla dipendenza dal fumo.
La Vpz, infatti, azienda che opera nel settore delle sigarette elettroniche, ha inaugurato a Newbridge, in Irlanda, la "Vape Clinic".
Consulenti formati dall'azienda accoglieranno fumatori che non riescono a "slacciarsi" dalla dipendenza tabagista accompagnandoli, grazie al supporto della sigaretta elettronica, lungo un percorso di disassuefazione.
E' un progetto avveniristico, in un certo senso, ma che riflette l'impostazione anglossassone di grandissima fiducia verso il settore del vaping.
Vpz si dice assolutamente certa di come l'esperienza della "Vape clinic" sarà positiva tanto da attivare la formula del "soddisfatti o rimborsati": ciò significa che se, teoricamente, un "paziente" non riuscisse a smettere con il metodo indicato, si vedrebbe restituita la somma versata per il pagamento delle cure.
Ma non è tutto: l'intenzione è quella, infatti, di "inaugurare" una rete di "cliniche" su tutto il territorio della "United Kingdom".
Il programma sarà personalizzato sulla base della storia, delle caratteristiche e delle condizioni di salute della singola persona: un programma "unico" che, a detta dei promotori, avrà tassi di successo praticamente totali.
L'esperienza della Vape Clinic viene monitorata già con forte attenzione da parte delle Istituzioni sanitarie del Regno Unito, quella inglese su tutte: se si dovessero confermare le positive aspettative, non è escluso che questo modello potrebbe essere "importato", in futuro, come percorso e metodo ufficiali.
Soprattutto in Inghilterra, si registra da sempre, da parte degli Organi governativi, una forte apertura verso il discorso di alternative quali le e-cig: l'obiettivo della Sanità inglese è quello di sconfiggere la piaga rappresentata dal fumo e ciò lo si persegue non in modo "talebano" (smettere e basta) ma con un atteggiamento di buonsenso che ruota, come a noi noto, attorno al discorso centrale del minor danno

Brutte nuove per gli svapatori del Connecticut, Stato Usa da 3,5 milioni di abitanti del New England Meridionale.
Il Governo regionale, infatti, ha approntato un disegno legislativo che, di fatto, andrà a bannare lo svapo in tutti gli spazi pubblici al chiuso.
La cosa singolare, ma cui ormai ci si sta giocoforza abituando, risiede nel fatto che le previsioni si innestano in un più ampio contesto di programma normativo di previsioni anti-fumo e di legalizzazione della cannabis.
Ebbene si, norme anti-fumo, norme la cui logica primitiva è quella di arginare la piaga del tabacco ma che, per meccanismi particolari, finiscono per calamitare nel vortice dei divieti anche le e-cig.
In buona sostanza si farebbe prima a dire dove sarà consentito fare uso delle sigarette elettroniche piuttosto che il contrario: il divieto, infatti, è prossimo ad entrare in vigore presso hotel, motel, strutture correzionali, case di cura.
Ma anche scali ferroviari, incluse le aree di attesa, edifici sanitari, attività commerciali per la vendita di alimentari, ristoranti, scuole, alberghi, università.

NIENTE SVAPO ANCHE PER UNA FASCIA DI 25 PIEDI ATTORNO AI LUOGHI VIETATI
Una “stretta” che desta stupore giacchè le fattispecie di leggi statali che fanno divieto di utilizzo di e-cig sono non rare nel Continente asiatico ma ancora relativamente rare in quello euro-americano.
In ogni caso, le restrizioni non si rivolgono solo agli spazi al chiuso ma vengono estesi, come in una sorta di fascia di sicurezza, anche ad un raggio esterno di “25 piedi” dai contesti dove è proibito svapare.
Ovvero: se in un edificio scolastico è vietato fare uso di prodotti del vaping, non lo si potrà fare neppure nello spazio esterno per circa 25 piedi.
Che equivalgono, richiamando la nostra unità di misura, a circa 7,5 metri.
Il problema sta tutto in un capovolgimento della prospettiva di ragionamento: in determinate realtà si continua a ritenere fumo e svapo come strettamente interconnessi, come due facce di un medesimo problema considerandosi la sigaretta elettronica quale corsia preferenziale verso le bionde.
La sigaretta elettronica, invece, come soluzione del problema e non come parte di esso: sarà questo il dato da affermare, la scommessa che si dovrà vincere per il bene di milioni di svapatori e, soprattutto, di fumatori che si rinvengono in un pò tutto il mondo

Un attacco alquanto tosto, e a filtri zero, quello che giunge, all’indirizzo dell'Organizzazione mondiale della Sanità da Nancy Loucas, Coordinatrice esecutiva di Caphra e Direttrice di Avca (Aotearoa Vapers Community Advocacy).
Senza mezze parole, diretta il giusto, l’esponente le ha “cantate”, come usa dirsi, alle alte sfere dell’Organizzazione mondiale della Sanità per le discutibilissime strategie di contrasto al fumo ad oggi intraprese ed alla luce dell’altrettanto discutibile atteggiamento che si ha rispetto al cosmo della sigarette elettroniche.
L’Oms – sottolinea la medesima – è diventata famosa per essersi posta aggressivamente rispetto al vaping e ciò nonostante tutti i dati scientifici disponibili che sono a favore dell’uso della sigaretta elettronica quale strumento per la riduzione del danno da tabacco”.
Questo modus agendi dell’Organizzazione mondiale della Sanità non sarebbe affatto frutto del caso, precisa ulteriormente la Loucas, ma a doppio mandato connesso
ad interessi ed importanti questioni di ordine economico.

L’OMBRA DI BLOOMBERG E GATE FOUNDATION
Gli interessi dell’Oms hanno compromesso le informazioni divulgate alle Comunità nel solo ed unico scopo di “servire” e favorire gli interessi politici e
finanziari di Bloomberg Philanthropies e della Gates Foundation, che forniscono quasi la metà di tutti i finanziamenti che entrano nelle casse dell’Organizzazione mondiale Sanità”.
La massima Istituzione planetaria in fatto di tutela della salute e di politiche sanitarie sarebbe, quindi, come rimarca la Loucas, fortemente condizionata dal legame con Bloomberg e Gates Foundation, tanto da compromettere, di fatto, le “comunicazioni” da diffondere alle Comunità.
L’Organizzazione mondiale Sanità sta mentendo – ha chiuso il vertice Caphra – per proteggere i propri interessi finanziari e mantenere un sereno rapporto con i propri donatori privati.
L’Oms non è obiettiva.
Non è concentrata, in modo sincero, sul proprio mandato al fine di promuovere la salute delle persone ed il loro diritto ad avere accesso ad informazioni che consentano alle persone di porre in essere scelte che siano consapevoli rispetto a quello che è il bene più grande, ovvero la salute”

Non si è ai livelli delle super stangate che, da più versanti, stanno cascando su Juul Labs e che ne stanno significativamente “ridimensionando” i progetti di crescita.
Certo è, però, che neppure sono spiccioli quelli che dovrà sganciare E-Juice Vapor, realtà californiana attiva nel settore svapo che si è vista multare pesantemente dallo Stato di Washington per non essere riuscita ad evitare che under 21 facessero compere di prodotti del vaping attraverso il suo web store.
E-Juice dovrà scucire, infatti, qualcosa come 370.000 dollari: in capo alla Azienda in questione, però, anche l’aggravante – dato che incide tantissimo sulla mole sanzionatoria – di non aver “collaborato” con gli inquirenti e con lo Stato nell'iter giudiziario innescatosi nell’Agosto 2020, ovvero un anno addietro.
Le maglie di controllo dell’azienda, venendo al cuore del problema, per dei buchi di sicurezza interni, non hanno filtrato in più circostanze il tentativo di fare acquisto di e-liquid e di e-cig da parte di acquirenti non aventi i requisiti anagrafici per farlo, considerando come la possibilità è riconosciuta dalla norma dello Stato di Washington solo a quanti con età pari o superiore a 21 anni.

LA LUNGA TRAFILA PER ACCERTARE L’ETA’ LEGALE
Nello specifico, il venditore, al pari di quanto avviene in Italia alla luce delle recenti “news” della Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, deve porre in essere una serie di procedure per assicurarsi della adeguata età dall’acquirente.
Il venditore, oltre a specificare chiaramente l’età minima legale per chiudere transazioni sul sito web, deve poggiarsi su un servizio di verifica, offerto da terzi, che confermi il nome, l’età e l’indirizzo di residenza dell’acquirente; deve vagliare le informazioni sulla carta di credito, acquisire una certificazione sottoscritta dall’acquirente che ne provi l’età legale per comperare prodotti del vaping nonchè procedere a tutta una serie di diversi passaggi.
Una mazzata, in ogni caso, per E-Juice che, tuttavia, non è stata la sola casa a finire nel mirino degli 007 sempre per la stessa fattispecie di “reato” di vendita on line di prodotti svapo ad adolescenti.
Uguali sanzioni sono state elevate anche ad altre realtà, sempre nell'ambito della medesima azione e sempre contestandosi gli stessi "punti".
Sebbene, però, con sanzioni decisamente meno pesanti dal momento che gli inquirenti hanno potuto registrare quella collaborazione che, come detto, è mancata da parte di E-Juice.
Le altre aziende raggiunte da sanzioni, si diceva, sono Vanval Vapore (30.000 dollari); Zenith (50.000); Local Vape (50.000); Northland Vapor (7.000); Wov (20.000); Vaping Zone (40.000).

San Francisco e Washington, un filo sottile.
In spregio ai dati scientifici, negli Stati Uniti d’America abbondano le iniziative anti-svapo.
L’Assemblea cittadina di Washington, che sarebbe l'omologo del nostro Consiglio comunale, ha ratificato un provvedimento locale, pertanto applicabile esclusivamente entro il territorio cittadino, con il quale si fa divieto di vendere prodotti del tabacco aromatizzati.
Stop a sigaretta alla menta, per esempio; Il nodo, però, risiede nel fatto che la norma in questione amplia le restrizioni anche alla sfera della sigaretta elettronica.
Di conseguenza sarà proibito commercializzare, presso le attività cittadine, e-liquidi che presentino una fragranza diversa rispetto a quella base.
Niente liquidi fruttati, dolci. Nulla di nulla.
Solo il minimo indispensabile.
La ragione di tutto ciò?
Niente sorprese, la “solfa” di sempre: a detta dei legislatori locali, infatti, gli “aromi” particolari calamiterebbero i giovani allo svapo e lo svapo, ancora, sarebbe – a detta loro – una corsia preferenziale verso un futuro da tabagista.
Situazioni rispetto alle quali – si pensi alla ipotetica relazione svapo-fumo – la ricerca (quella onesta, non quella prezzolata) si è espressa in modo chiaro escludendo qualsivoglia connessione.
Anzi.
Ma tant’è.

POTRANNO ESSERE VENDUTI SOLO I LIQUIDI BASE
Altamente interdetto, sul punto, Queen Adesuyi, Responsabile delle Politiche presso l’Ufficio per gli Affari nazionali della Dpa a Washington.
“Vietare i prodotti del tabacco aromatizzati non farà scomparire questi prodotti o il desiderio di averli – ha sottolineato il medesimo – I divieti sulle sostanze semplicemente rendono l’uso e l’acquisizione di detta sostanza più pericolosi e rischiosi”.
Alias contrabbando: la vicenda americana (vedi la guerra all’alcol) e non solo insegna come l'atteggiamento di proibizionismo non risolva il problema ma finisce per dirottare, fondamentalmente, i consumi dall’area “ufficiale” a quella del contrabbando.
Con riflessi in termini di minori introiti per lo Stato e di minore tutela per il consumatore (qualcuno ricorda Evali?).
Ma tant’è.
Washington come San Francisco: divieto sui liquidi aromatizzati nell’ottica di arginare una fantasmagorica “epidemia di svapo giovanile".
Sappiamo tutti come è finita nella città californiana: ad un anno dallo "start" delle restrizioni, si è assistito ad un incremento esponenziale di fumatori tra i più giovani.

Per dirla breve, ci risiamo.
Corsi e ricorsi storici.
Anche in Israele, infatti, si varano misure del tutto "sui generis" per quel che riguarda le politiche relative a sigarette e possibili alternative.
Il Ministro della Salute, infatti, Nitzan Horowitz, mira a sposare una normativa che, secondo il medesimo e secondo i colleghi del Governo di cui è parte, sarebbe finalizzata a limitare il fenomeno del fumo.
Paradossalmente, però, il presupposto molto particolare è quello di “contrastare il fumo” attraverso restrizioni e paletti da porre sul settore delle e-cig: l’obiettivo, in particolare, sarebbe quello di allargare al settore vaping la legislazione fiscale già applicata alle sigarette classiche.
Una equiparazione illogica.
O forse no.
Secondo le valutazioni del Ministro – un ragionamento ovviamente viziato da pregiudizi e da pessimi riferimenti scientifici – le sigarette elettroniche, comunque abbastanza diffuse tra i giovani di Israele, sarebbero una sorta di via di accesso al fumo, una corsia preferenziale verso un domani da tabagista.

ARRIVANO ANCHE GLI “AVVISI” SUI PACCHETTI DI SIGARETTE
Si tratta, come chiaro, di una concezione palesemente deformata, di una infondata idea che si ritrova in modo diffuso tra i complottisti anti-vaping.
Più approfondimenti scientifici seri – non quelli prezzolati – hanno chiarito su come non sussista alcun effetto “gateway”, su come non vi sia alcuna connessione tra un presente da svapatore ed un futuro da fumatore.
Ma tant’è.
In Israele si sta affermando questa pericolosa "linea", quindi, da qui a breve, sarà rincaro sul settore con conseguente, prevedibile “plus” dei costi in capo al consumatore finale.
Le strategie anti fumo, per il resto, andranno a toccare anche il marketing: da ora in poi sarà vietato fare propaganda sui media dei prodotti a base di tabacco e, allo stesso tempo, saranno introdotti gli avvisi sui pacchetti di sigarette recanti gli “alert” del tipo “nuoce gravemente alla salute”.
Una misura già varata in 120 Paesi al mondo ma che era ancora non nota alla Potenza guidata da Reuven Rivlin