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“Abbiamo trascorso gli ultimi dieci anni alla ricerca incessante del perfetto filtro biodegradabile per sigarette".
Così Tadas Lisauskus, co-fondatore e Ceo di Greenbutts, nell'annunciare la immissione sul mercato di un "prodotto" che potrebbe consentire di svoltare in direzione "eco" per quel che riguarda i "rifiuti" prodotti dalle sigarette.
L'azienda statunitense, infatti, ha realizzato un filtro
biodegradabile in materiali in fibra alimentare - tra cui lino, cotone e canapa - al netto di composti artificiali o residui chimici, dall'impatto assolutamente nullo sull'ambiente.
Mai dimenticandosi, invece, come nei filtri attualmente in uso figurano elementi quali acido cianidrico, ammoniaca e benzene.
Poco meno di 70 miliardi le cicche che gli italiani gettano al suolo, ogni anno.
Un disastro ambientale dal momento che solo una esigua parte finisce nei circuiti di smaltimento terminando, piuttosto, la sua corsa nelle acque.
Con tempi di smaltimento quantificati in 10-15 anni "contro", invece, i pochi minuti che i filtri Greenbutts impiegano a dissolversi in acqua o i sette giorni con i quali i medesimi si degradano come compost.
“Ora che il nostro prodotto brevettato è pronto per la commercializzazione, siamo molto lieti - insistono i produttori Usa - I tradizionali filtri per sigarette in acetato di cellulosa sono tra gli articoli più comunemente gettati a livello globale e ci impegniamo per eliminare l’inquinamento ambientale causato da mozziconi di sigaretta gettati in modo improprio”.

Una prospettiva effettivamente interessante quella che potrebbe essere aperta dai nuovi eco-filtri anche alla luce della rinnovata attenzione che, in più contesti, si pone rispetto alla questione della tutela ambientale. 
In Italia, in particolare, da una manciata di anni si vieta il fumo in spiaggia e per una motivazione di salute pubblica (fumo passivo e Covid) e per limitare la produzione, appunto, dei rifiuti da fumo. 
Svariati gli Enti comunali che, anche quest'anno, hanno posto in essere specifiche ordinanze restrittive.
E qualcuno "sogna", addirittura, di dare respiro legislativo alla misura. 

Una vera e propria guerra alla nicotina.
Una crociata, in piena regola.
E’ quanto sta avvenendo negli Stati Uniti d’America dove un gruppo di rappresentanti di 31 tra Stati e Circoscrizioni vari ha inviato una lettera alla Food and Drug Administration.
Ad oggetto della lettera una richiesta forte, secca, netta. Quella di vietare, cioè, la commercializzazione di tutti i liquidi per sigaretta elettronica che abbiano un aroma differente da quello base al tabacco. Di limitare, ancora, nei medesimi il tasso di nicotina nonchè di vietare la commercializzazione, venendo oltre, dei prodotti a base di nicotina a consumo orale.
Ma non è tutto.

SI CHIEDE ANCHE STRETTA SU CONTROLLO ETA’ E MARKETING
L’appello alla Fda va anche nella direzione di prevedere ancor più rigide misure tese a controllare il marketing dei particolari prodotti e sistemi di controllo. Che, giustamente – questo si – vadano a verificare l’età degli acquirenti di e-cig ed e-liquid.
“I prodotti aromatizzati alla nicotina attirano bambini ed adolescenti verso prodotti pericolosi e che creano assuefazione mettendo a repentaglio la loro salute”.
Così ha commentato il Procuratore generale di New York, Letitia James, prima firmataria del documento cui hanno aderito anche i colleghi Procuratori, tra gli altri, di Idaho, Illinois, Nebraska, North Carolina, Tennessee, Alaska, Arkansas, California, Colorado, Connecticut, Delaware.
Ed ancora Distretto di Columbia, Guam, Maine, Maryland, Massachusetts, Michigan, Minnesota, Nevada, New Hampshire, New Jersey, New Mexico, Oregon, Pennsylvania, Porto Rico, Rhode Island, Utah, Vermont, Washington e Wisconsin.

A CAPO DELLA CROCIATA LA “SOLITA” LETITIA JAMES
“New York – si apprezza ancora nella missiva – ha adottato misure importanti per proteggere i più giovani. Ciò attraverso il divieto dei prodotti a vapore che non siamo aromatizzati al tabacco e limitando la vendita di sigarette elettroniche.
Ma anche la Fda deve fare la sua parte per frenare l’epidemia di nicotina giovanile.
La tutela della salute ed il benessere dei nostri ragazzi rappresentano massima priorità ed il Governo federale deve agire subito in tal senso”.
La nota non arriva con tempistica casuale. entro il 9 Settembre, infatti, la Food and Drug Administration, Ente governativo statunitense che si occupa della regolamentazione dei prodotti alimentari e farmaceutici, dipendente dal Dipartimento della Salute e dei Servizi umani degli Stati Uniti d’America, è chiamata a pronunciarsi circa la possibilità di lasciare in circolazione, o meno, sul mercato prodotti Ends a base di nicotina.
Un vero e proprio bivio per le sorti di un intero settore.

Le cose si fanno maledettamente complicate per gli svapatori australiani.
A partire dal 1 Ottobre di quest'anno, infatti, entrerà in vigore una nuova disposizione che, di fatto, renderà ancor più "noioso", per i consumatori di quel Paese, procurarsi l'amata sigaretta elettronica o l'amato liquido.
Ebbene si perchè, da qui a cinquanta giorni, chi vorrà procurarsi attraverso siti web esteri i prodotti in questione (per la precisione quelli a base di nicotina, ivi compreso il tabacco riscaldato) dovrà esibire una ricetta medica.
Una vera e propria prescrizione con la quale il medico curante dovrà attestare come l'utilizzo della e-cig si inquadri in un percorso controllato di smoking cessation.
Le cose, già adesso, non sono affatto facili per gli svapatori della terra dei canguri.
Allo stato, infatti, gli unici soggetti deputati a vendere e-cig sono le farmacie ed anche esse lo fanno, come da norme ministeriali, solo previa esibizione di ricetta medica.
Di conseguenza, in tanti, per aggirare la regola, si servivano attraverso il web facendo spesa attraverso venditori stranieri dove, appunto, la scartoffia del medico non era necessaria.
Il Governo australiano, però, ha fiutato l'inganno e ha stretto.
E così, decorrenza 1 Ottobre, anche l'acquisto on line sarà subordinato dalla ricettina del dottore.
La misura, ovviamente, vuole impedire che ragazzini e non fumatori possano accedere al prodotto.
Ma l'arma potrebbe anche rivelarsi a doppio taglio disincentivando o disperdendo nella burocrazia chi, invece, è effettivamente intenzionato a salutare le bionde per il tramite del vaping.
E sarebbero perdite sanguinose.
Il più grande Paese del mondo occidentale che, di fatto, ha reso illegale la vendita della e-cig al di fuori di un discorso medico: da capire fino a che punto questo "approccio" potrà fare da modello.  
Anche perchè il mercato delle bionde, pur fatto oggetto di rincari fiscali, non ha subito alcun tipo di razionalizzazione o limitazione che siano.

Sigarette sinonimo di stangata in Ungheria.
Dopo aver per anni tenuto botta con forza alle pressioni dell’Unione europea, il Governo di Budapest, alla fine, ha dovuto cedere.
Ed ora acquistare un pacchetto diviene un investimento.
Basti pensare, in merito, come, a causa degli ultimi rincari, chi fuma un pacchetto di bionde quotidianamente si troverà ad avere speso, in trenta giorni, una cifra che è pari alla metà di un salario minimo.
Come detto, lo Stato est europeo ha resistito per svariati anni alle richieste di Bruxelles: già nel 2017, infatti, quest'ultimo aveva avvisato l’Ungheria di come, entro la fine di quell’anno, si sarebbe dovuto intraprendere un discorso di graduale aumento delle accise fino a raggiungere i parametri minimi europei.

Nel 2019, quindi, non avendo provveduto gli ungheresi ad adeguarsi, la Ue aveva proceduto ad una costituzione in mora e, persistendo l’atteggiamento di chiusura, si era dovuta rivolgere alla Corte di Giustizia europea.
A quel punto, pena sanzioni, l’Ungheria non ha avuto altra scelta se non quella di adeguarsi ponendo in essere una serie di cadenzati aumenti alle accise: il primo ha avuto effetto con decorrenza 1 Luglio 2019, gli altri il 1 Gennaio ed il 1 Aprile di quest'anno, rispettivamente nella misura del 7,3 e del 4,8 percentuale.
Ora, quindi, un pacchetto da venti, in quel di Budapest, costa qualcosa come 4,70-5 euro, somma allineata alla media continentale.
Una somma che, però, ha un peso specifico significativo rispetto al costo della vita ungherese e, soprattutto, alla luce dei bassissimi salari.
Basterà tutto ciò per disincentivare i cittadini al consumo delle "bionde"?
Ni.
Il 23% di quanti interpellati, infatti, confida di essere effettivamente condizionato dagli aumenti tanto da valutare un addio alle amate sigarette; ma una pari percentuale (22) di cittadini ha rivelato che, invece, non si porrà problemi e proseguirà imperterrito nel rapporto col tabacco.
Tuttavia vi è anche chi, una fetta di cittadinanza pari all’8 percentuale, si dice intenzionata a transitare alla sigaretta elettronica quale soluzione che, in questo caso, oltre che la salute, farebbe felice anche la tasca.

"La sigaretta elettronica? Nel momento in cui, mettiamo tra venti anni, non vi saranno più fumatori, ebbene in quel preciso momento sarei il primo a mostrarmi contrario all'uso della e-cig".
Parole choc quelle di Bertrand Dautzenberg?
Assolutamente no.
Parole, piuttosto, di grande coerenza.
Il docente universitario francese, medico presso il Dipartimento di Pneumologia dell’Hopital de la Salpetrière di Parigi, ha così esposto alla platea di Europe1, canale transalpino, nel contesto di un più ampio ragionamento riguardante l'utilizzo della sigaretta elettronica.
"La sigaretta elettronica - ha chiarito il medesimo - deve essere utilizzata esclusivamente per smettere di fumare.
Ma, in quest’ottica, è senz’altro lo strumento più efficace”.
Il vaping non come un vezzo, non come un capriccio bensì come strumento di smoking cessation: è chiaro Dautzenberg che, per il resto, ribadisce la validità dello strumento definito come il "più performante per quanti vogliano dire addio alle sigarette e, sicuramente, di gran lunga meno capace di creare dipendenza rispetto al tabacco”.
Ovviamente contro il settore del vaping spira il vento contrario dell'Organizzazione mondiale della Sanità, ma la cosa, ormai, non suona neppure più come una notizia "L'Oms - osserva in merito lo pneumologo - dice molte cose intelligenti sul tabacco e sulla evoluzione di esso nel mondo.
Il capitolo sull’ “elettronica” – osserva però – che riprende le teorie del miliardario Bloomberg, quelle che vorrebbero che il fumo elettronico sia qualcosa di terribile. Lo svapo è più simile ai sostituti della nicotina che alle bionde o, persino, al tabacco riscaldato.
La pratica del vaping è fatta, fabbricata e pensata per uscire dalla dipendenza".
Significativa, però, è la riflessione sul "senso" del vaping "Nel momento in cui il mondo sarà libero dal fumo, sarò il primo ad oppormi all'utilizzo della elettronica".
La e-cig come una missione, quindi, come chiave per risolvere il problema della dipendenza tabagista atteso il molto parziale successo delle tradizionali alternative. 

Una flessione importante per quel che riguarda il tasso di giovani fumatori: questo il felice dato che si sta avendo in Canada negli ultimi anni.
E, a dette di Ian Irvine, professore di Economia alla Concordia University e ricercatore presso il CD Howe Institute, tale felice evoluzione è tutta da ricondursi all'ingresso sul mercato delle sigarette elettroniche.
È questo l'oggetto di un messaggio che il già citato Irvine ha inviato al Ministro della Sanità Patty Hajdu.
Secondo il “Canadian Tobacco and Nicotine Survey”, in particolare, nell'arco temporale compreso tra il 2019 ed il 2020, si è assistito, con riferimento alla coorte anagrafica dei ventenni, ad un minus del 40 percentuale dei tassi di fumo.
Con le percentuali degli “smokers” crollate dal 13,3% all’8%.

CHIARA DISCESA DOPO IL 2013
Nel 2013, invece, i consumatori delle bionde erano all’11% per quanto riguarda l'età 15/19 (come detto, oggi a meno del 5 percentuale); al 18% per i 20-24 e al 16% per gli over 25enni.
Numeri che, dopo quel momento, sono notevolmente precipitati.

LA SODDISFAZIONE DI IAN IRVINE
Un dato che giustifica certamente ottimismo nell’ottica di cogliere il traguardo che il Governo canadese si è posto di centrare entro l’anno 2035: vale a dire quello di portare il numero dei fumatori al 5% della popolazione generale.
Un obiettivo, questo, che è già stato centrato con riguardo all’arco tra i 15 ed i 19.
Quanto ai numeri del fumo, suddivisi per “anagrafe”, si apprezza come, da quando si è avuto l’approdo sul mercato della e-cig, si sia assistito ad una flessione importante per quanto riguarda gli aficionados delle “bionde”.

IL SILENZIO DEI MEDIA
Ma vi è un altro aspetto che Irvine sottolinea.
E cioè quello legato al silenzio dei media rispetto agli ultimi dati relativi alla incidenza tabagista
“E’ vergognoso che i media siano selettivi in ​​ciò che riportano.
È un peccato che questi risultati siano stati in gran parte ignorati dai media”

 

 

Attenzione a giocare con i divieti.
E' questo il monito che viene dagli Stati Uniti d'America relativamente a strette che potrebbero abbattersi sul mercato dei liquidi per sigarette elettroniche.
Ebbene si perchè la Food and Drug Administration, infatti, sarà chiamata a valutare, nel mese di Settembre, proprio il delicato tema della circolazione degli e-liquid ed è tutt'altro remoto che potrebbe aversi una immediata limitazione nella vendita e nella conseguente disponibilità dei menzionati prodotti alla sola fattispecie di quelli al tabacco.
Sarebbe addio, quindi, a gusti dolci, aromatizzati, mentati e fruttati.
Una possibilità che avrebbe sicuri contraccolpi in termini di "economia" rispetto alla prospettiva dei produttori nonchè in termini di pubblica salute.
Un sondaggio condotto su 2.159 giovani di Atlanta, Boston, Minneapolis, Oklahoma City, San Diego e Seattle di età compresa tra i 18 ed i 34 anni, infatti, mette in guardia rispetto ai rischi di un "ban" sugli aromi fruttati.
In caso di divieto, infatti, e di relativa indisponibilità sul mercato di tali prodotti, un terzo dei ragazzi intervistati si dice pronto a ri-tuffarsi nel fumo.
A fare ritorno alla sigaretta "classica".
Un rischio inaccettabile, una grave conseguenza in termini di tutela della pubblica salute dal momento che è accertato come il fumo rechi in modo schiacciante maggiori danni rispetto allo svapo.
“La Fda deve sapere che i divieti di sapore aumenteranno il fumo di adolescenti, giovani adulti e anziani”.
Così Charles Gardner, Direttore esecutivo di Innco, organizzazione no-profit globale che sostiene i diritti degli adulti che utilizzano prodotti a base di nicotina più sicuri.
Dalla Fda, invece, ci si censura dietro frasi fatte.
"L'agenzia non commenta studi specifici, ma li valuta come parte del corpo di prove per approfondire la nostra comprensione di un particolare problema e assistere nella nostra missione di proteggere la salute pubblica”.
Attenzione all'effetto di norme insensate

 

Non era Evali. Ma (in qualche caso) Covid.
Ipotesi forse “azzardata” quella che viene da un gruppo di scienziati capitanato da Yang Zhanqiu, un virologo dell’Università di Wuhan.
Secondo il ricercatore, in pratica, alcuni dei casi della “famosa” Evali (la sindrome determinata dalla impropria inalazione di liquidi per sigaretta elettronica di contrabbando), diagnosticati negli Stati Uniti d’America verso la fine dell’estate 2019, potevano essere, in realtà, casi da Coronavirus.
Casi che, ovviamente, essendosi in una fase pre-pandemica, non si era nella possibilità di poter identificare.

IL CASO DEI GIOCHI MILITARI DI WUHAN
Come si ricorda, il Coronavirus è emerso all’attenzione mondiale tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020. Ciò allorquando l’Oms ebbe a segnalare l’esistenza in estremo Oriente di una polmonite dotata di una particolare aggressività.
Tuttavia, il sospetto forte è che, in realtà, il virus circolasse nel Paesone orientale già dall’autunno (almeno) dello stesso anno. Esemplare fu, al riguardo, il racconto di diversi atleti italiani (e non solo) che avevano preso parte ai Giochi militari di Wuhan che si erano sviluppati tra il 18 ed il 27 Ottobre 2019.
Ebbene, molti ragazzi italiani che avevano partecipato a quella competizione (come Matteo Tagliariol, la fiorettista Martina Batini) hanno poi raccontato di aver accusato, durante la permanenza in Asia e per svariate settimane dopo il rientro in Patria, patologie respiratorie-influenzali mai prima avute, per intensità e durata.
Che il Covid circolasse in Cina, quindi, già prima della fine del 2019, è cosa che pare essere assodata.
Che il virus “girasse”, invece, prima di quella data, anche in altre Nazioni è cosa molto più incerta.
Lo studio condotto da Yang Zhanqiu, invece, tenta di introdurre novità in tal senso.
Secondo il medesimo, quindi, molte delle patologie polmonari registratesi negli States nell’estate di due anno or sono erano, molto probabilmente, situazioni misconosciute di Coronavirus.

RIESAMINATE RADIOGRAFIE TORACICHE
A tale conclusione lo scienziato sarebbe giunto ri-esaminando 250 radiografie toraciche effettuate su pazienti “Evali” ricoverati in ospedali dei vari Stati americani. In almeno sedici fattispecie i reperti si erano mostrati “moderatamente sospetti” essendosi rinvenute nelle radiografie “tracce” che, per le particolari caratteristiche, lasciavano pensare ad una situazione virale e non ad un danno di tipo chimico.
Una tesi, questa, nel suo insieme abbastanza rivoluzionaria ma anche contaminata dal punto di vista politico. Lo studio, infatti, viene dalla Cina e potrebbe mirare a “spostare” l’origine dell’epidemia negli Stati Uniti d’America.
Ciò per ovvie ragioni di tipo “economico”. Non è mistero, infatti, che mezzo mondo miri a chiedere “danni” alla Cina stessa (sebbene sia da comprendersi il “come” giuridico) per quanto causato a livello globale dalla pandemia. Che, secondo le tesi attualmente più forti, sarebbe originata in un laboratorio governativo con sede a Wuhan, nella seconda metà del 2019, per un “buco” nei protocolli di sicurezza.

Il 75% degli scozzesi, ovvero tre quarti della popolazione, si dice non favorevole a nuove regole sullo svapo.
Così sottolinea approfondimento posto in essere dalla "Federazione scozzese dei negozi di alimentari" dalle cui conclusioni è emerso, appunto, come una significativa parte dei cittadini interpellati non condivida la utilità di norme che vadano a disciplinare l’accesso ai prodotti dello svapo o alle relative informazioni.
L’analisi indica come il campione di popolazione "indagato" non consideri necessario regolare il “rapporto” con le sigarette elettroniche (al di la di quelli che sono basilari aspetti, come quello relativo al sacrosanto divieto di svapo gravante in capo a minori).
Semplicemente perchè non si considera essere la sigaretta elettronica come qualcosa di potenzialmente rischioso per la salute dell’uomo.
Anzi.

ADDIO FUMO, OBIETTIVO 2034
Gli scozzesi, infatti, nutrono netta fiducia nella e-cig quale strumento di smoking cessation e, soprattutto, sono fermamente intenzionati a sconfiggere il problema fumo.
Il fumo, appunto: anche la Scozia, come l’Inghilterra, ha prestabilito una data precisa entro la quale laurearsi smoking-free (che significa portare l’asticella degli utilizzatori di bionde al di sotto del 5%).
Una data fstabilia, ora come ora, al 2034.
Il ruolino di marcia, allo stato, giustifica un atteggiamento di fiducia ai fini del raggiungimento degli obiettivi anti-fumo. Sebbene vi siano, in quanto a percentuali di fumatori, dati ancora molto divergenti a seconda della “fascia” economica di appartenenza.

FUMO E CONDIZIONI ECONOMICHE, LEGAME DIRETTO
In quei contesti territoriali più agiati, più ricchi, infatti, i numeri del tabagismo sono più bassi (si attestano a circa il 10 percentuale); situazione contraria, invece, con punte fino al 35 percentuale, nella aree meno benestanti.
Una forbice importante, come chiaro, chiaramente legata allo “status” socio-economico.
È palese – commenta Garth Reid, principale consulente in fatto di Sanità pubblica presso il Nhs Health Scotland – che sono necessarie ulteriori azioni per ridurre le disuguaglianze nella dipendenza, se si vuole raggiungere l’obiettivo di rendere la Scozia libera dal tabacco entro i termini temporali prefissati”

L'industria dello svapo si ribella e porta in Tribunale il Governo spagnolo.
L'iniziativa giudiziaria è stata promossa dall' “Associazione spagnola dei professionisti dello svapo” quale conseguenza della campagna condotta, qualche mese addietro, dal Ministero della Salute.
Una campagna, quella del Ministero, che fa pelo e contropelo allo svapo.
In quella sede, infatti, si era fatto riferimento alla sigaretta elettronica come ad un qualcosa che crea dipendenza, come ad un qualcosa che è dannoso come le sigarette classiche.
Ma non è tutto.
Con una uscita quanto mai azzardata e approssimativa, gli autori della campagna avevano indicato nella sigaretta elettronica la causa di Evali.
Un'affermazione molto imprecisa dal momento che la e-cig, nel suo uso regolare – intendendosi con ciò il ricorso a prodotti reperibili sul mercato ufficiale - è stato dimostrato non avere nulla a che fare con la sindrome polmonare registratasi negli Usa nell'estate 2019.
Bensì, per stessa ammissione dei Cdc americani, il tutto è da ricondurre ai liquidi di contrabbando reperiti sui canali illegali.
A fronte di tanti e tali attacchi, che giungono per di più da un soggetto qualsiasi bensì da una Istituzione, v'è stata la reazione del settore del vaping che, per mano di Massimiliano Belli, Presidente dell'associazione, ha bussato alle porte dei Tribunali.
Il Governo spagnolo ha avviato “una campagna tesa unicamente a screditare il settore del vapore – viene precisato - invocando rapporti che sono stati ampiamente smentiti scientificamente".
"Si collega Evali alle sigarette elettroniche – osservano ancora dal sodalizio iberico – si afferma che il vapore emesso dalle e-cig sia cancerogeno e che il fumo elettronico non sia utile per smettere di fumare.
Ciliegina sulla torta – ancora dall'associazione iberica – si arriva a sostenere addirittura che lo svapo sia dannoso quanto le sigarette”.
"El tabaco ata y te mata" ("Il tabacco ti lega e ti uccide") il nome della campagna ministeriale finita sul banco degli imputati: l'accusa quella di avere violato diversi articoli della Legge Generale Spagnola della Pubblicità e del Diritto della Pubblicità e della Comunicazione Istituzionale.