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Gli Stati Uniti d’America e la loro avversione nei confronti della sigaretta elettronica.
Con una legge federale, che sembra essere di prossima entrata in vigore, che andrà a fare divieto di commercializzazione di liquidi che abbiano un “sapore” differente a quello basale e che si accosterà alle tante, analoghe già in essere nei singoli Stati membri.
Dall’altra parte, poi, la “Food and drug Administration”, braccio destro del Ministero della Salute che, da ben 34 anni, non adegua la pubblicità “dissuasiva” sui pacchetti di sigarette.
Ovvero quella che in Italia già consociamo e che si sostanzia in messaggi impressi sulle confezioni delle bionde attraverso i quali si rammentano ai consumatori i potenziali danni del fumo.
Quando, però, la FDA – ridestandosi da profondo torpore – si decide, come detto dopo oltre un trentennio, ad adeguarsi prevedendo di apporre tali avvisi, ci si mette il mondo del tabacco, con tutta la sua lobby, a porsi di traverso nella procedura.
Correva l’estate 2019 quando la Fda presenta il piano per procedere alla impressione di nuove avvertenze grafiche sui pacchetti di sigarette tali da coprire almeno il 50% della superficie dei pacchetti di sigarette stessi.
“Il fumo riduce il flusso sanguigno agli arti, cosa che può richiedere l’amputazione”;
“Il fumo provoca il cancro alla vescica, che può portare a presenza di sangue nelle urine”: questi alcuni degli undici modelli di messaggi, accompagnati da immagini grafiche a colori molto forti, che dovrebbero scuotere le coscienze rispetto alle condizioni di salute causate dal fumo.
Ebbene, la campagna sarebbe dovuta entrare in vigore il 18 Giugno di quest’anno, ma la data è già destinata ad essere prorogata al 16 Ottobre.
Lo slittamento è il risultato di due cause federali intentate da “RJ Reynolds Tobacco Co.” e da “RJ Reynolds Tobacco Co.” nonché da diversi produttori e rivenditori texani.
L’obiettivo della azione legale, per dirla breve, quello di bloccare la apposizione di tali avvisi.
Uno stallo che, al momento, non sta facendo altro che rinviare quella che sarebbe una quanto urgente e necessaria campagna di sensibilizzazione anti-fumo.

Conclusioni decisamente eloquenti quelle che giungono dal sondaggio condotto da Indipendent European Vape Alliance.
L’associazione con sede belga, infatti, ha accertato come l’81% di coloro i quali sono transitati alle sigarette elettroniche siano riusciti completamente a smettere di fumare.
Otto persone su dieci, vale a dire, si sono scrollate di dosso lo status di fumatore grazie alla preziosa stampella delle e-cig.
Circa 3.300 i vapers interpellati con una conclusione, come detto (81%), che si pone come eclatante.
Anche perchè a questa percentuale che è riuscita pienamente a dire addio alle “bionde”, si accosta un ulteriore 12 percentuale che, comunque, ha in qualche misura ridotto il numero di sigarette quotidiane.
Sempre con riguardo allo stesso campione di indagine, ancora, l’86% di essi si è anche detto sicuro di come i prodotti da svapo siano da considerarsi meno dannosi rispetto alle sigarette a combustione.
Altro tema di forte interesse pure toccatosi nell’approfondimento di “Ieva” quello inerente il rapporto tra i consumatori e la varietà di liquidi e di aromi presenti sul mercato.
Una significativa fetta dei vapers intervistati, infatti, pari al 31%, ha rivelato candidamente come, nel caso subentrassero restrizioni alla commercializzazione dei liquidi “aromatizzati”, non esiterebbe a guardare al mercato nero al fine di poter continuare ad accedere alla varietà di "sapori" prediletti.

Una ulteriore parte, poi, corrispondente al 9 percentuale, ha invece fatto presente - sempre a fronte di eventuali "strette" nel particolare settore - di come potrebbe prendere in considerazione la possibilità di invertire la marcia rotta sigarette.
L’approfondimento in questione conferma, pertanto, il ruolo strategico delle e-cig quale strumento di “smoking cessation”.
Simultaneamente, lo stesso indica anche in modo alquanto cristallino come le limitazioni al mercato degli aromi – cosa che si sta verificando in vari Stati Usa, con una legge federale in rampa di lancio – possano avere conseguenze potenzialmente pericolose in termini di salute pubblica.
Il nostro sondaggio – commentano sul punto da “Ieva” – conferma ricerca precedente secondo la quale gli aromi delle sigarette elettroniche sono fondamentali per i fumatori adulti.
Un “divieto di sapore”, per così dire 
– la chiusura – deve essere evitato a tutti i costi, perché porterebbe molti vapers ad acquistare prodotti non regolamentati sul mercato nero o a ricominciare a fumare. 
E questo è un rischio assolutamente non accettabile”

Le sigarette al mentolo sono il prodotto a base di tabacco preferito in modo schiacciante dagli afroamericani.
E, in quanto tali, rappresentano la tipologia di prodotto che pretenderebbe, con riguardo al territorio degli Usa, una maggiore regolamentazione.
In questa direzione la riflessione di Cristine Delnevo, Direttrice del Center for Tobacco Studies, e del professor Ollie Ganz, Ricercatore di Salute pubblica presso il “Department of Health Behaviour, Society and Policy”.
I due ricercatori, nello specifico, hanno sottolineato, nel corpo di un approfondimento redatto a quattro mani, come un divieto in capo alle sigarette a mentolo sia da considerarsi“essenziale per la protezione dei giovani e, in particolare, di quelli afroamericani”.
Ad essere richiesto un giro di vite su questa fattispecie sebbene, come viene chiarito, non si pensa che le bionde al mentolo siano portatrici di sostanze di specifica pericolosità.
“Una sigaretta al mentolo – ragionano, in merito, Delnevo e Ganz – non è intrinsecamente più o meno pericolosa di una sigaretta senza mentolo.
Ma se il mentolo rende più facile iniziare a fumare e più difficile smettere, allora questo finisce per comportare maggiori rischi per la salute dal momento che più a lungo si fuma, maggiori sono i rischi a carico della salute”.

Non, quindi, una maggiore nocività della sigaretta a gusto menta in sé stessa quanto, piuttosto, un suo maggiore “appeal” presso il popolo dei fumatori.
E maggior appeal vuol dire inevitabilmente un maggior tasso di fumo quotidiano ed un maggior numero di anni di vizio.
E a buscarsene le conseguenze, appunto, proprio la nutrita Comunità afro presso la quale la bionda mentolata trova una ampissima diffusione.
Un rapporto di fidelizzazione alquanto forte che tiene botta alla flessione fisiologica che si sta avendo nel mercato dei tabacchi.

E la prova madre di ciò vive nelle cifre: se è vero che il consumo di sigarette, infatti, è globalmente scemato negli Stati Uniti d’America nell'ordine del 46 percentuale tra il 2000 ed il 2018, ben l’85% di siffatto calo è da ricondursi alle sigarette prive di mentolo.
Estremamente più bassa, invece, la flessione per quel che riguarda le sigarette alla menta il cui mercato, quindi, continua sostanzialmente a "tenere".
Delnevo e Ganz, quanto a loro, puntano il dito contro la Food and Drug Administration – Organo di controllo sanitario Usa – che avrebbe un atteggiamento troppo soft rispetto a tale tipologia di prodotto da fumo tollerando, di fatto, il marketing aggressivo che le grosse compagnie produttrici hanno cucito addosso alla Comunità “afro”.
Il presidente dell’American Medical Association, Susan R. Bailey, nonché Action on Smoking & Health e African American Tobacco Control Leadership Council hanno citato in Giudizio proprio la Fda per non aver posto in essere, appunto, una specifica regolamentazione.
“Sebbene gli afroamericani di solito fumino meno sigarette e inizino a fumare in età avanzata – ha affermato la Bailey – hanno maggiori probabilità dei bianchi di morire per malattie legate al fumo come malattie cardiache e ictus “.
Ironia della sorte, come detto, se la Fda americana mantiene – da una parte – una certa morbidezza sulle sigarette al mentolo, la stessa, invece, non mostra uguale dolcezza per quel che concerne i prodotti di svapo aromatizzati.
Aromi, quindi, da “punire” o da tollerare ad orologeria.

Cose strane dal mondo.
Nella Nazione - l'Olanda - che, per antonomasia, presenta una delle normative improntate a maggiore tolleranza in fatto di droghe leggere, si sposano, invece, discipline e regole alquanto stringenti in capo agli esercizi che fanno vendita di sigarette elettroniche.
Nella terra dei tulipani, infatti, è diventata operativa una norma – dal 1 Gennaio di quest’anno – con la quale, in sostanza, si fa divieto di “esporre” i prodotti in questione in, praticamente, quasi tutte le attività commerciali.
Più precisamente, sigarette elettroniche e liquidi potranno essere - si - venduti ma non dovranno essere collocati nei punti di esposizione, quali bacheche e vetrine, delle varie attività commerciali.
Ci sono ma non devono comparire.
La logica di questo atteggiamento è abbastanza chiara: si vuole fare in modo, cioè, che la particolare tipologia di merce si venda esclusivamente a chi entra nel negozio con quella specifica intenzione.
Evitando, quindi, che un prodotto esposto possa indurre in “tentazione” anche colui il quale si era recato in quella determinata attività per fare, invece, altro genere di acquisto.

RESTRIZIONI ANCHE PER QUEL CHE RIGUARDA L’E-COMMERCE

Il principio, in via teorica, potrebbe anche essere capibile.
Il punto è che il singolo provvedimento non si può leggere isolatamente ma va necessariamente inquadrato in un discorso più ampio, in una logica di coerenza.
Pertanto, quindi, si resta un attimino perplessi nel prendere atto di come, da un lato, viene giudicato legale vendere droga leggera fino a 5 grammi/persona/giorno.
E, dall’altro, pur non ponendosi restrizioni al consumo dei prodotti vaping, si chiede di tenerli “nascosti” alla vista della clientela.
Di fatto, quindi, si è andato ad estendere il divieto che era già in vigore sui prodotti del tabacco classico, già da 1 Luglio 2020, a quelli del tabacco riscaldato e, appunto, del vaping.
Il divieto di “esposizione” potrà essere derogato solo presso alcune tabaccherie specializzate, iscritte nell’apposito elenco NVWA.
Anche per quanto riguarda i negozi on line, si applicano restrizioni: i prodotti da svapo e da fumo non potranno essere, di fatto, venduti attraverso i canali del web.

La ricerca e l'esigenza di un rigore metodologico, di una sua autonomia.
Una necessità sempre più stringente, tanto più oggigiorno allorquando, forza dei social, le notizie dilagano in tempi rapidissimi e con una capillarità impensabile fino a qualche anno addietro.
Più facile circolazione delle notizie, maggiore possibilità di accedere ad informazioni. 
Maggiore, allo stesso tempo, la necessità di fare veicolare notizie quanto più aderenti al reale.
Se i media, spesso e volentieri, sono protagonisti di una diffusione di news strampalate, anche Istituzioni e altri soggetti di importante rilievo generano i loro danni.
La ricerca, appunto.
(Anche) in tema di sigaretta elettronica, come noto, non mancano affatto studi distorti, pilotati, metodologicamente sbagliati.

Un ultimo esempio, al riguardo, giunge dagli Stati Uniti d’America e, nel dettaglio, dalla San Diego School of Medicine e Moores Cancer Center.
Gli autori dell'approfondimento, nel dettaglio, hanno, ad esito di loro studio, sottolineato come la e-cig e, in particolare, le sostanze contenute nei liquidi potrebbero, in determinati casi, generare una serie di disturbi a carico dell’apparato intestinale.
Disturbi che andrebbero dalle malattie infiammatorie intestinali a quelle di tipo tumorali passando per aterosclerosi, fibrosi epatica, diabete, artrite e chi più ne ha più ne metta.
E, come naturale che sia, le conclusioni di tale ricerca, tanto più perchè provengono da un prestigioso Istituto universitario, sono state prontamente riprese da altrettanto autorevoli fonti di stampa dandosi così vita ad un effetto tsunami sui social.
Aggiungendosi, così, false credenze a false credenze sulla sigaretta elettronica.
Fortunatamente, però, qualcuno si è preso la briga di non accontentarsi di quanto spiattellato sui social andando, invece, ad analizzare il metodo e le modalità adoperati dagli studiosi americani.
Ed ecco che, puntuali, sono saltate fuori le storture.

IN LABORATORIO CONDIZIONI CHE NON CORRISPONDONO AL REALE

Ad una indagine più approfondita, infatti, facendo le pulci al lavoro della San Diego School, ci si è resi conto di come, in regime di laboratorio, le cellule intestinali fossero state esposte al diretto contatto del vapore e, in particolare, del glicole propilenico e del glicerolo vegetale, sostanze che sono ritenute incriminate.
Una situazione, questa rappresentata, che non si ritrova nella realtà delle cose: il vapore, infatti, al pari di qualsivoglia sostanza inspirata, prima di entrare a contatto con un tessuto del corpo, viene “mediato” dall’apparato polmonare.
In più non si può trascurare la questione relativa al minor danno: la San Diego School of Medicine e Moores Cancer Center ha ragionato, infatti, solo in termini di impatto del vapore sui tessuti intestinali. Non coinvolgendo il fumo entro questo discorso.
Se anche lo svapo può determinare problemi a carico dell'intestino, si può forse escludere che le "bionde" non possano innescarne di altri in modo ancora più incisivo?
Stante la delicatezza della questione, quindi, sarebbe auspicabile che quanti approfondiscono il tema svapo in sede scientifica, lo facciano mettendo in parallelo lo svapo stesso al tema fumo. 
Perchè la sigaretta elettronica deve essere inquadrata come possibilità per smettere di fumare, come soluzione meno dannosa per l'utilizzatore. 
Ed il consumatore, che vuole smettere di fumare e non riesce a farlo senza un supporto, ha diritto di essere edotto sulle più tenui conseguenze a carico della sua salute insite nel "passaggio".
Al fine di operare una scelta che sia figlia di massima consapevolezza.

Ricordate Beverly Hills 90210, la fortunata serie americana – ambientata nella città californiana popolata dai vari Dylan, Brendon e Brenda?
Ebbene, “Beverly Hills” non resterà negli annali esclusivamente per i suoi panorama in bikini e per quella “pellicola” vintage anni Novanta.
Ma anche per un suo primato tutto in chiave anti-fumo ed anti-svapo.
Ebbene si, perchè la città della Contea di Los Angeles è, unitamente a Manhattan Beach, pure essa in California, la prima città dell'Occidente del mondo a porre divieto assoluto di vendita di prodotti a base di fumo e di svapo.
Ebbene si. Presso le attività commerciali delle due città non potrà, infatti, farsi vendita né di sigarette, nè di alcun tipologia di prodotto a base di tabacco. Né, ancora, di prodotti da svapo, compresi i liquidi.
Nulla di nulla.
L’idea, in quel di Beverly Hills, era già in valutazione da qualche tempo e, solo ora, più precisamente a partire dal 1 Gennaio 2021, si è sostanziata in una ordinanza pienamente operativa.
Ai titolari delle attività interessate, ampiamente preavvisati, è stato dato significativo margine per smaltire il materiale in giacenza negli scaffali e nei magazzini.
Dal primo giorno dell’anno appena iniziato, però, come detto, non saranno consentite deroghe.
Ovviamente, il divieto riguarda solo la commercializzazione e non il consumo: sulle spiagge e tra le strade di Beverly Hills si potrà continuare tranquillamente a fumare e/o svapare: l’unico problema risiede nel fatto che tali prodotti ce li si dovrà procacciare, necessariamente, fuori città.
Il papà dell’iniziativa, in quel di Beverly Hills, è l’ex Primo Cittadino John Mirisch, anche tra i fondatori di Action on Smoking & Health, sodalizio che, dal 1971, anno della sua costituzione, opera in chiave di sensibilizzazione anti fumo.

IL RISCHIO DI DARE UN ASSIST AL CONTRABBANDO

“Se domani – sottolinea Mirisch – dovesse emergere nuovi prodotti tali da creare dipendenza e provocare morte, ovviamente ne vieteremmo la vendita. 
Probabilmente –
 la chiusura – accuseremmo anche le persone che lo hanno commercializzato di omicidio colposo”.
Sarebbe tutto plausibile se non fosse per qualche valutazione.
Su tutte quella connessa al fatto che il proibizionismo esasperato, come in questo caso, così estremo ed ortodosso, non potrà far altro che dare forza al mercato nero ed al contrabbando.
Sono i libri di storia degli Stati Uniti d'America, in particolare, ad insegnarlo. Così fu con l'alcol, ad esempio. La stretta che si ebbe, sempre in Usa, ai principi del secolo Novecento, con le severe restrizioni imposte sui consumi, non fecero altro che consentire lo sviluppo di un florido mercato illegale parallelo.
E tutto questo non ha fatto altro e non potrà far altro che recare danno alle casse statali ed all’economia ufficiale, per intendersi. Nonchè alla pubblica salute per l’inevitabile ingresso nelle case, tramite il traffico illecito, di prodotti che non sono controllati e che non sono sottoposti ai necessari protocolli di sicurezza.

La sigaretta elettronica provoca un basso nocumento a carico dell'organismo umano tant'è che si può affermare come il sistema circolatorio e quello cardiaco di uno svapatore non sembrino presentare importanti differenze rispetto a quelli di un individuo che non è fumatore.
Sempre che, ovviamente, vi sia una parità di condizioni di salute di base.
Sono queste alcune conclusioni che emergono da una “Research Letter” pubblicata su Circulation, testata scientifica a cura dell’American Heart Association con primo autore il dottor Andrew Stokes, docente dell’Università di Boston.
La ricerca ha preso in esame quattro categorie di persone rappresentate, rispettivamente, da non fumatori, svapatori, fumatori di sigarette tradizionali e, ancora, i cosiddetti “duali”. Vale a dire quanti fanno simultaneo utilizzo di sigarette elettroniche e di classiche.
Ebbene, attraverso l’esame di sangue e di urine, si è passato a valutare valori quali Proteina C reattiva, Interleuchina-6, Fibrinogeno, Isoprostano urinario.
Valori che, nella loro maggiore o minore presenza, possono rendere indicazioni indirette rispetto a possibile stress a carico di vasi coronarici e stress ossidativo.
Tutte condizioni che possono rivestire un ruolo anche significativo nel determinarsi di accidenti di tipo cardiocircolatorio, insufficienza cardiaca inclusa.

Ebbene, a conclusione dell'approfondimento, si è potuto rilevare come i valori legati a stress ossidativo e stress coronarico fossero praticamente simili tra coloro i quali erano non fumatori e coloro i quali appartenevano alla categoria degli svapatori.
Decisamente più alti, invece, i valori nei fumatori.
Ed anche tra i già citati “duali”, ancora, si rinvenivano valori mediamente più alti rispetto a quelli rintracciabili negli utilizzatori di sigaretta elettronica o di alcun tipo di dispositivo.
I duali, appunto. Proprio su tale categoria si è soffermata più di una riflessione da parte dei ricercatori di Boston.
La loro, infatti, viene giudicata essere una soluzione ammissibile fino a quando si andrà ad utilizzare la sigaretta elettronica, in parallelo al tabacco, per tentare di smettere di fumare, inquadrando il tutto in un percorso di “smoking cessation”.
In definitiva, come discorso provvisorio.
Non si può, invece, considerare la convivenza e-cig – sigaretta classica come una soluzione permanente.
Fino a quando si continuerà a fare uso delle “classiche”, infatti, resisterà sempre un fattore di danno e di rischio per l’organismo.
In definitiva: nessun compromesso può essere ammesso in fatto di fumo.
L’unica soluzione è quella di dire addio alle sigarette.

Una "news" che avrà, per i complottisti dello svapo, l'effetto dirompente di un pugno nello stomaco. 

Udite, udite: la sigaretta elettronica, in una netta maggioranza dei casi, è utilizzata da ex fumatori.

Lo confermano le conclusioni di studio “YouGov”, approfondimento commissionato da “Action on Smoking and Health”, Organizzazione inglese da sempre impegnata in attività di contrasto al fenomeno tabagismo. Ebbene, si diceva, la ricerca ha potuto concludere come appena il 2% degli svapatori "sondati" non avesse avuto precedente alcuno con il fumo.
Ovvero: appena due persone su 100 hanno approcciato la sigaretta elettronica come loro prima “esperienza”.
Una maggioranza schiacciante degli utilizzatori di e-cig, invece, ammontante ad oltre il 98 percentuale, ha un pregresso nella sigaretta classica.
Qualcuno potendosi inquadrare ancora in una dimensione di “duale”, qualcun altro avendo già superato questa fase e potendosi fregiare, a pieno titolo, dei "gradi" di ex tabagista.

Ebbene, tutto quanto premesso, per dire cosa?
Per dire che la sigaretta elettronica si pone in una fase successiva al fumo, quale strumento di smoking cessation e non già come porta d’ingresso al mondo del tabagismo.
La sigaretta elettronica, ancora, per cercare un miglioramento alle proprie condizioni di salute.

E’ questa la ragione-principe che ha condotto, infatti, il 60 percentuale di quanti raggiunti dal sondaggio “YouGov” – come da loro stesse dichiarazioni – ad abbracciare la e-cig, ben consci di come il danno da prodotti da svapo potesse essere significativamente più basso rispetto a quello delle “bionde”.
Nessun effetto “gateway”, per dirla breve.
Tutt’altro.
La e-cig dopo la sigaretta, non prima di essa.

La sigaretta elettronica, pertanto, alla luce di tutto quanto detto, non funge da corsia preferenziale in rotta verso le bionde: questo il teorema che si ricava dalla ricerca inglese.
E che, quindi, va a smantellare il grande “j’accuse” che viene mosso dal partito degli anti-svapo.
Un “j’accuse” che indica nella e-cig uno step pre-fumo, pre-vizio.
Sulla base di questa falsa credenza, essendosi giustificata l’adozione di provvedimenti restrittivi, in ispecie negli Usa, come quelli che hanno portato alle limitazioni commerciali in capo ai liquidi dai sapori “alternativi”, ritenuti come motivo di tentazione per i più giovani.
Confusione artatamente creata da chi vuol far credere che la soluzione sia il problema.

Nella capitale per eccellenza delle sigarette elettroniche si studiano strategie tese a porre ulteriore disciplina (e restrizioni) al commercio di e-cig e di tutti i prodotti che, in generale, abbiano una base di nicotina e di tabacco.
Accade in Cina e, nel dettaglio, a Shenzen, super metropoli che annovera oltre 12 milioni di abitanti e che, come noto, ospita il quartier generale di Heaven Gifts, marchio che è leader nel settore svapo. E che, come altrettanto noto, ha appena posto piede in Italia stabilendo la sua sede a Milano.
Ebbene, si diceva, il Governo cittadino ha varato una nuova regolamentazione a mezzo della quale si va a introdurre il divieto di vendita di prodotti a base di tabacco e di nicotina entro 50 metri dagli Istituti scolastici ospitanti i livelli di Elementari e Medie.
Vale a dire: le attività commerciali che ricadano entro quel raggio dai riferimenti “sensibili” in questione non potranno, in alcun modo, vendere prodotti di tale tipologia.
Si tratta, come chiaro, di una sorta di “tutela” che si vuole fornire ai più giovani rispetto alla possibilità di accedere a prodotti che potrebbero rappresentare una “tentazione”.

NELLA METROPOLOLI GIA’ NON SI PUO’ SVAPARE IN LUOGHI PUBBLICI
Quella appena adottato a Shenzen, in realtà, non è una misura isolata.
Il medesimo Governo locale, infatti, ha già previsto, da oltre un anno, il divieto di fare uso di sigarette elettroniche in luoghi pubblici.
Con, di fatto, l'effetto di restringere la sigaretta elettronica, nel relativo "consumo", al solo ambito delle abitazioni private.
Tali misure si inquadrano in una campagna più vasta, intrapresa nel 2018, e che insegue l’ambizioso disegno di una città che sia libera, appunto, da nicotina e tabacco.
Un progetto che, però, mira a mettere il becco anche nella sfera delle già menzionate abitazioni private.
Negli intenti degli amministratori della città cinese, infatti, vi è – non è però chiaro servendosi di quali strategie d’azione, nel concreto – anche quello di raggiungere l’obiettivo del 50% di cosiddette famiglie senza fumo.
La road map di Shenzen, ancora, prevede che i riferimenti sanitari cittadini vadano ad offrire servizi per smettere di fumare ai residenti, dandosi priorità a quelli considerati ad alto rischio, come le persone affette da malattie croniche.

La salute della “bocca” trae importante giovamento nel passaggio dalla sigaretta classica allo svapo.
Gengive e denti, quindi, riceverebbero immediato beneficio una volta archiviate le “bionde”.
A farlo presente il dottor Ingo Schröder, uno dei maggiori rappresentanti in Germania per quel che riguarda la medicina maxillofacciale.
Schroder, in primo luogo, ha sottolineato come la pratica tabagista determini chiare e sempre più marcate alterazioni a carico del complesso gengivale nonché l’insorgenza di malattia parodontale. 
E, a conforto di queste teorie, anche una controprova.

Abbiamo molti pazienti – spiega, in merito, il medico – che sono passati ai dispositivi per il riscaldamento del tabacco.
Ebbene, siamo in grado di osservare una differenza: la situazione del tessuto gengivale migliora, lo scolorimento dei denti si mostra diminuito.
Per questo sarebbe importante che ogni dentista possa avere la giusta competenza, la giusta informazione per delucidare il proprio paziente sui vantaggi che si hanno nel passaggio dal fumo allo svapo anche rispetto a questa prospettiva”.

Dalle Filippine e dalla Calabria, ancora, vengono nuovi "spunti" a sostegno delle teorie del vaping quale strategia atta a recare beneficio alla bocca ed alla sua salute.

In tal senso Fernando Fernandez, Presidente del Philippine College of Oral and Maxillofacial Surgeons
“Il fumo è la principale causa di cancro orale – ha precisato il professionista – e, pertanto, consigliamo vivamente loro di smettere di fumare. 
A coloro i quali non riescono a smettere di fumare da soli o con metodi attualmente approvati, li convinciamo a passare a alternative non combustibili “
.
Ed anche la Calabria ha, come detto, dato il suo contributo alla causa con uno studio del 2017, sempre in tema di condizione orale dei vapers e di benefici che questi hanno tratto dal passaggio ad alternative più sicure.
Protagonista l’Unità di Parodontologia e Igiene orale della Clinica Calabrodental di Crotone che aveva incentrato il proprio approfondimento sulla “storia” e sulla evoluzione di 110 ex tabagisti transitati allo svapo .
Ridotto sanguinamento gengivale e meno placca ad essersi palesati, gradualmente, nel passaggio dalla sigaretta classica alla versione elettronica.

Un importante limite, però, al cospetto di questa serie di comprovati e potenziali benefici vive nel fattore-disinformazione.
Più della metà dei medici dentisti interpellati, infatti, ha ammesso di non sentirsi bene "edotta" rispetto all’argomento-sigaretta elettronica con, addirittura, il 69 percentuale di professionisti, sempre afferenti lo stesso campione, che, a differente domanda, ha affermato di non essere nemmeno a conoscenza del concetto di riduzione del danno.
E, su questi basi, come può apparire evidente, risulta alquanto complicato veleggiare lontano.
Oltre al riconoscimento istituzionale delle alternative al fumo, infatti, un grandissimo limite sembra vivere in uno scarso aggiornamento del personale preposto.
Perchè sono i medici di prossimità quelli che dovrebbero principalmente indirizzare il paziente in percorsi di smoking cessation.
E non solo, ovviamente, con riferimento alle patologie della bocca.