Colors: Orange Color

Brutta piega in Costa Rica per gli aficionados della sigaretta elettronica. Lo Stato centroamericano, infatti, si prepara a mettere al bando la e-cig. Non sarà, sia chiaro, un ban totale sul modello di quanto avviene in alcuni Paesi asiatici. Ma si interverrà, questo si, con una sensibile stretta. Appena, infatti, sarà approvata la legge adesso in fase di ultimazione nel locale Parlamento, non sarà più possibile fumare la sigaretta elettronica in tutti gli spazi pubblici sia all'aperto sia al chiuso. In pratica, si potrà svapare esclusivamente negli spazi privati. Una stretta decisamente tosta che va ad estendere al settore del vaping quella normativa che è già in vigore dal 2012 per quanto riguarda le sigarette classiche. E che, effettivamente, ha contribuito ad abbattere i tassi di fumo. I motivi che sono alla base della normativa in itinere sono presto detti. Secondo gli esperti del Governo costaricano, non sussisterebbero prove rispetto al fatto che la sigaretta elettronica possa effettivamente aiutare a smettere di fumare. Anzi, sottolineano ancora, la stessa non è neppure dimostrato non avere effetti nocivi sulla salute dell'uomo. Sulla base di questi presupposti, quindi, la volontà di avviare una politica che sia finalizzata, attraverso varie strategie, a disincentivare il consumo delle e-cig. In tale contesto, quindi, si inquadra anche la logica di innalzare, come annunciato dai responsabili statali, le tasse sui liquidi. Il maggiore gettito legato al plus tributario andrà a finanziare un apposito fondo che, a sua volta, farà da salvadanaio per la gestione delle malattie fumo correlate. Avete capito bene: rincari sul settore svapo per mettere toppe ai buchi apertisi nella Sanità pubblica a causa delle patologie fumo correlate. Tutta una immensa contraddizione che si fonda su una madornale, erronea convinzione: ovvero quella di ritenere la sigaretta elettronica come parte del problema tabacco e non come una possibile soluzione.  

Alla faccia delle campagne denigratorie, alla faccia degli haters dello svapo. Metta l'animo in pace il partito degli anti sigaretta elettronica: il mercato del vaping, infatti, è destinato a crescere del 17,65% da ora al 2025. Ebbene sì, nell'arco dei prossimi quattro anni il settore assisterà ad un notevole boom che porterà la dimensione del mercato, nell'anno 2025, a circa 84 miliardi di dollari. A porre in essere queste conclusioni è stato un approfondimento di "Research and Markets".

Nonostante il contraccolpo che il settore, insieme al mercato globale tutto, ha patito per effetto della crisi pandemica, si prevede dunque un trend in verticale crescita. Ad incidere sul prossimo andamento sarà una concatenazione di fattori, al vertice dei quali si pone la progressiva disaffezione dei consumatori nei confronti della sigaretta classica. Gradualmente, infatti, si sta prendendo atto, da parte dell'opinione pubblica, delle criticità connesse al fumo in termini di salute, circostanza che si traduce in una flessione delle vendite. Una ampia parte di coloro i quali tentano di smettere, poi, è portata a riversarsi nella sigaretta elettronica, ed in questo processo di smoking cessation pesa tantissimo l'appeal giocato dalla varietà di liquidi ed aromi in circolazione. Inoltre, a suggerire le conclusioni di "Research and Markets", vi è l'aspetto economico: la sigaretta elettronica è decisamente meno onerosa rispetto alle classiche. Una convenienza economica che, ovviamente, diventa tanto più ampia quanto più si è intensi fumatori. Tutti questi elementi lasciano quindi pensare agli analisti come il mercato delle e-cig andrà a conoscere un significativo plus. Ed in questo processo poco potranno le spinte contrarie che si nutrono di campagne diffamatorie e di fake news. Nonostante, pertanto, il clima istituzionale avverso, nella maggior parte dei Paesi, al fenomeno svapo, la crescita del fumo elettronico si pone ormai come un processo inesorabile ed irreversibile. Avrà, quindi, ragione Dautzenberg quando afferma che da qui a vent'anni le sigarette saranno solo un pallido ricordo?

Un nuovo grande alleato si pone al fianco di quanti combattono negli Stati Uniti d'America per la legalizzazione della marijuana. Un alleato nuovo, grande e, soprattutto, ricco. Molto ricco. Amazon, infatti, leader nelle vendite on-line a livello planetario, ha, attraverso le parole di uno dei suoi principali portavoce, dichiarato di sostenere l'impegno di quanti stanno lavorando su questo particolare fronte. Un'ampia fetta di opinione pubblica ma anche rappresentanti politici nonché del mondo dello spettacolo stanno spingendo, nella dibattito americano, affinché il Governo Usa approvi una legge che vada a liberalizzare la cannabis. Ora come ora, già ben 16 stati membri dell'Unione - Enti corrispondenti delle nostre regioni - hanno varato norme in tal senso. Ora, però, si vuole alzare di livello la battaglia e portarla su scala federale. Si chiede, quindi, da più parti di approvarsi una legislazione da parte del Congresso che estenda senza limiti l'uso della marijuana ricreativa. E, come detto, un assist prezioso alla causa è quello che sta venendo dal leader dello shop on-line. Un’apertura, come detto, che già era stata anticipata da un atteggiamento molto più morbido, da parte di Amazon, rispetto al passato, nelle politiche di “controllo” sul personale.

Amazon, infatti, fino ad una manciata di mesi addietro, era solita sottoporre dipendenti e potenziali nuovi tali a periodici screening per escludere l’ipotesi di utilizzo di sostanze non lecite.
E la cui assunzione, rilevata ai test, costituiva sempre causa di esclusione dalle procedure di assunzione.
Ora, invece, questo filtro è stato revocato e nessun test viene effettuato sul personale salvo per quella parte di esso, come gli addetti ai trasporti, che sono chiamati a sottoporvisi per ovvie ragioni di tutela della sicurezza in strada. La sensazione sempre più tangibile è che la pressione esercitata da più parti sul Governo Biden porterà in tempi brevi alla importante svolta.

Tira brutta aria per Iqos negli Stati Uniti d'America.
E tutto a causa di una "sentenza" che incolpa, di fatto, Altria ed il gruppo madre, Philip Morris International, di avere scopiazzato, in buona sostanza, un brevetto di British American Tobacco.
La pronuncia, si diceva, è stata posta in essere dalla US International Trade Commission.
Ed è una pronuncia sanguinolenta, che contiene conseguenze davvero importanti: in base alla stessa, infatti, Pmi non potrà vendere ed importare negli Stati Uniti d'America la sua "Iqos".
Il provvedimento non sarà immediatamente esecutivo ma diventerà tale tra un paio di mesi.
Una questione di forma ma la sostanza non cambia: da qui a breve Iqos non potrà essere commercializzata sul territorio stars and stripes con conseguenze che, dal punto di vista economico, sono facilmente immaginabili.
Questo sempre che le "parti" coinvolte non addivengano a più miti consigli.
Ma quale è il capo di accusa?
Ebbene, secondo British American Tobacco, in particolare, la lama riscaldante utilizzata da Philip Morris in Iqos non sarebbe altro che una copia di un precedente dispositivo utilizzato dalla stessa Bat nella realizzazione di Glo.
Una questione di licenze e di brevetti, per dirla breve.
Bat ha sollevato la questione nel 2020 con un doppio esposto, uno presentato in Germania e negli Usa.
La svolta è arrivata qualche giorno addietro quando l'Agenzia del Governo federale degli Stati Uniti - che fornisce consulenza ai rami legislativo ed esecutivo in materia di commercio - ha, come detto, bloccato Altria e Pmi.
Inutile ribadire quanti e quali potranno essere le conseguenze per le aziende interessate rispetto ad un discorso di business. 
Che, tuttavia, da parte loro esprimono massima serenità dicendosi certe di non avere violato brevetto alcuno.
Dall'altro versante, quello di Bat, invece, sostengono che Pmi potrà anche commercializzare il presunto prodotto scopiazzato ma solo dietro il pagamento delle licenze. 
La questione avrà un lungo seguito nelle aule dei Tribunali 

Lidl dice addio alle sigarette in Olanda.
Il colosso della distribuzione tedesco, infatti, ha bandito dai propri scaffali "bionde" e qualsiasi altro prodotto che sia a base di tabacco.
Dal 1 Ottobre, in particolare, l'azienda teutonica, 86 miliardi di euro di fatturato e 200.000 dipendenti sparsi nei vari Paesi europei, ha eliminato dagli scaffali pacchetti e dintorni.
La cosa, alle orecchie degli italiani, in realtà, può apparire alquanto insolita dal momento che nella nostra Nazione le sigarette non sono mai state vendute negli alimentari.
Nei Paesi Bassi, invece, questa è una più che consolidata prassi: ora come ora, cioè, puoi mettere tranquillamente nel carrello, mentre gironzoli tra le corsie di uno stesso negozio, pane, carne e, appunto, un bel pacchetto di bionde.
Ancora per poco, in realtà.
E' un giocare di anticipo, infatti, quello di Lidl: a partire dal 1 Gennaio 2024 tutti i negozi di alimentari del Paese dei tulipani dovranno, in esecuzione di un nuovo provvedimento governativo, rimuovere dalle vendite tale tipologia di prodotto.
Questo, però, è solo uno degli aspetti di un più ampio programma di contrasto al fumo - si conta che nel Paese vi sia ancora una percentuale del 17% di fumatori - che è stato programmato dal Governo Rutte.
Oltre alla stretta sui negozi di cibo, infatti, si prevede, dal 1 Gennaio 2023, la disattivazione di tutti i distributori automatici di sigarette, cosa che "costringerà" il fumatore ad acquisti esclusivamente "face to face" e, quindi, renderà più complicati gli acquisti da parte dei minori.
Ma non è tutto.
Dal 1 Gennaio 2023, infatti, non sarà più possibile acquistare on line le bionde.
Intanto, dal Ministro della Salute "orange" arriva un plauso all'indirizzo di Lidl e, allo stesso tempo, "l'auspicio che anche le altre catene di alimentari, già prima della entrata in vigore della legge nazionale, possano seguirne l'esempio"

Questi avvisi sono progettati per attirare l’attenzione dei consumatori e far riflettere due volte prima di accendere una sigaretta.
Le conseguenze del fumo sono disastrose.
Fortunatamente, possono essere prevenute se le persone smettono di fumare”.
Così Rafael Meza, docente dell’Università del Michigan e autore senior dello studio.
Il riferimento è alla norma che entrerà a regime, negli Stati Uniti d'America, ad Ottobre 2022, e che, dopo un lungo tira e molla e sempre fatti salvi nuovi colpi di scena, andrà a prevedere la “stampa”, sui pacchetti di sigarette, di immagini shock che rappresentano i danni che il fumo può determinare a carico della salute.
La metà della superficie degli involucri, cioè, dovrà essere interessata da foto che dovranno dare tangibilmente la percezione di cosa la dipendenza tabagista può causare. Volti scavati, violacei, attaccati a tubicini per l’ossigeno; Un neonato di basso peso alla nascita, un bambino con gli occhi emaciati ed una mascherina appiccicata al volto.
Come detto, una campagna comunicativa che scava nelle coscienze.
Questa nuova campagna di comunicazione – fanno presente dalla Yale School of Public Health – consentirà di salvare 539.000 di vite umane. Ciò vuol dire che un certo numero di persone, impressionato da queste immagini, smetterà di fumare. O, ancora, non inizierà a farlo e che, in proporzione, un ulteriore numero non andrà incontro a patologie anche letali”.
La particolare campagna pubblicitaria sarebbe dovuta andare a regime, esattamente, nove addietro, ovvero nel 2012.
Una caterva di ricorsi, però, abbinata alla immancabile ostruzione dei big del settore tabacco avevano poi fatto slittare questo termine facendolo spostare, di anno in anno, di circa un decennio.
Se il divieto fosse scattato quando originariamente previsto, ovvero nel 2012, avremmo salvato ulteriori 179.000 vite”, è quanto sottolineano gli autori della ricerca.
Sono tredici le immagini che si alterneranno sui pacchetti e che, in una girandola di malattie polmonari, tumori al testa-collo, riduzione del flusso sanguigno, malattie cardiache ma anche cataratta, disfunzione erettile, riduzione della crescita fetale e diabete di tipo 2 offriranno una panoramica sul meraviglioso mondo delle malattie fumo-correlate.

Pur di denigrare il settore del vaping, se ne inventano di tutti i colori.
Ed il problema è che ad inventarsene di tutti i colori non è l'ultimo ubriacone dell'ultima delle bettole immaginabili ma qualificati ricercatori di altrettanto qualificati Istituti.
Evidentemente mossi da motivazioni che sono abbastanza distanti da quelle puramente di amore scientifico.
Ebbene, l'ultima viene dagli Stati Uniti d'America dove una prestigiosissima Università (sic!!) ha lanciato una mega supercazzola.
Secondo i ricercatori, infatti, i giovani che svapano andrebbero soggetti a disturbi alimentari che possono comprendere anoressia nervosa, bulimia nervosa, disturbo da alimentazione incontrollata, etc.etc...
I ricercatori, forse, hanno scoperto una molecola liberata dal vapore che predisponga in tale direzione.
No, assolutamente.
Hanno preso a campione un tot numero di giovani svapatori ed hanno fatto un sondaggio "scoprendo" che in quel gruppo vi fosse una incidenza maggiore di soggetti affetti da quel tipo di disturbo.
Nessun legame scientifico, quindi, è stato provato ma qualcosa che potrebbe anche essere una mera coincidenza.
Per fare un esempio: è come se si prendessero, a campione, cento assassini e si constatasse che la maggior parte di essi porta il numero 41 di scarpe e si ipotizzasse, per ciò solo, un possibile legame tra la taglia 41 di piedi e la predisposizione a compiere delitti.
Più o meno, siamo la.
Il guaiaccio è che, poi, quando queste notizie arrivano all'orecchio di un non addetto ai lavori, l'effetto è dirompente.
I media, giustamente, si trovano tra le mani un comunicato ufficiale di una signora Università americana e lanciano la notizia - non potendo sapere che, quella notizia, è volutamente pretestuosa.
Quindi il tutto inizia a navigare nell'oceano sconfinato dei social e, apriti cielo, la frittata è fatta.
Il cittadino comune comincerà a dire..."ho letto che svapare è associato a disturbi alimentari nei giovani", il tam tam trasforma una piccola onda in tsunami e, addio, il vortice è partito...
Ovviamente, siamo i primi a sostenere che i giovani, in particolare, non devono nè fumare nè svapare dal momento che, con riguardo a quest'ultima "attività", essa è da considerarsi unicamente come una soluzione in chiave di "smoking cessation".
Il problema è il metodo.
Prestigiose realtà non possono lanciare frottole nel mare magnum dell'informazione globale gettando ombre, non supportate da vera scienza, su un settore che, invece, sta salvando e può salvare vite.
Perchè - sia chiaro - qui si sta scherzano con la vita delle persone.

Basta pregiudizi sulla sigaretta elettronica.
E’ questo l’appello e, allo stesso tempo, la bacchettata che arriva dal “The Global Tobacco & Nicotine Forum”, momentoi di interfaccia che si sviluppa annualmente nella capitale inglese e che incentrata sulle strategie da porsi in essere nel medio termine in fatto di strategie globali anti-fumo.
Un corposo parterre ha discusso, tra il 21 ed il 23 Settembre scorsi, dello stato di “salute” del settore, pressato dalle opposte pressioni di quanti “spingono” in direzione delle nuove alternative e quanti, invece, con fare talebano, intravedono nelle alternativa una parte del problema e non già una possibile soluzione.
Ad inaugurare i lavori il biologo e parlamentare inglese Matt Ridley “La Gran Bretagna – ha sottolineato lo stesso, come riporta l’Agenzia Adnkronos – ha il tasso di fumatori pro capite più basso tra tutti i Paesi del G7 grazie ai prodotti a rischio ridotto e all’approccio adottato dal governo Cameron con una regolamentazione più flessibile”.
Gli Organi sovranazionali ad essere additati quali responsabili dal Ridley.
Secondoquesti, infatti, “una grande responsabilità nel frenare la scelta dei governi nel puntare al rischio ridotto per i fumatori è dell’Organizzazione mondiale della Sanità, che continua ad adottare un approccio inutilmente ostile all’industria del tabacco”.
Dal Forum è, in generale, sempre come batte Adnkronos, giunta una spinta ad intraprendere“scelte che dovrebbero essere indirizzate a incoraggiare i fumatori a passare dalla sigaretta tradizionale a dispositivi meno dannosi”.
L’altra opzione “è quella del divieto e dell’aumento della tassazione, ostacoli verso una efficace riduzione del danno e il cambiamento auspicato dagli esperti favorevoli ai dispositivi alternativi”.
Particolarmente significativa la relazione di Kgosi Letlape che ha fatto riferimento alla “opportunità di invertire la rotta che invece sembra indirizzata verso un aumento dei divieti nei confronti delle strategia del rischio ridotto, tendenza prevista da più osservatori in vista della Conferenza delle parti della Convenzione quadro sul controllo del tabacco dell’Oms”.
La politica di vietare i prodotti a rischio ridotto non funziona – ha chiuso il medico – Oggi abbiamo la necessità di un nuovo quadro normativo, basato però sulle evidenze scientifiche”.

Il dramma fumo sta quasi tutta in Asia.
Nell’Estremo Oriente, infatti, si concentra l’80 percentuale dei fumatori mondiali. Ed oltre la metà delle morti fumo correlate si ha proprio in questo angolo di mondo.
E’ chiaro, quindi, come, se è vero che quella connessa alla sigaretta sia una emergenza sanitaria generale, si abbiano aree che sono a criticità nettamente maggiore rispetto ad altre.
“Sono dati assolutamente allarmanti quelli relativi all’Asia nella sua complessità ed all’Estremo Oriente – ha sottolineato Nancy Loucas, Coordinatrice esecutiva della “Coalition of Asia Pacific Tobacco Harm Reduction Advocates” – In questa area del Pianeta il problema legato alla dipendenza dal tabacco è una vera e propria piaga sanitaria.
Tra Asia ed Estremo Oriente contiamo oltre 750 milioni di fumatori. Si comprende come, in tale contesto, la riduzione del danno da fumo, l’accesso ad alternative più sicure come la sigaretta elettronica rappresenterebbero un’arma fondamentale.
Eppure, in quest’area contiamo appena 19 milioni di vapers. Uno svapatore ogni 40 fumatori”.
Resistenze anti-svapo, interessi da difendere.
La Loucas ha ben chiaro dove sia la matrice del problema.
Le maggiori sfide che deve affrontare la riduzione del danno da tabacco in Asia – sottolinea la stessa – non vivono solo negli interessi dei Governi nella produzione di tabacco, ma anche nel ruolo di stranieri che vengono qui con Fondazioni private o Ong e finanziano gli Stati nello sviluppo delle loro politiche”.
Questi soggetti non vogliono – rimarca ancora la Loucas – quindi, che vi sia una diffusione di prodotti alla nicotina più sicuri, non vogliono che sia celebrato il concetto di riduzione del danno da tabacco”.
Da Samsul Kamal Arrifin, Presidente della Malaysian Organization of Vape Entity (MOVE), l'auspicio che dalle Autorità sanitarie giunga il riconoscimento del ruolo delle “alternative”. “La nostra speranza – ha sottolineato – è che le Istituzioni le possano vedere, quanto prima, per quelle che sono. Ovvero un’iniziativa salvavita”.

Il fatto che ci siano ancora più di 1,1 miliardi di consumatori di tabacco in tutto il mondo dimostra che la lotta contro il fumo richiede nuove idee e ambizioni. Nel mondo, ogni anno, muoiono circa otto milioni di persone per patologie fumo correlate, che siano di tipo cardiocircolatorie o oncologico. Altre ne muoiono per il cosiddetto fumo passivo, con incidenze particolarmente importanti in contesti meno agiati"
Lotta al fumo? Poco da gioire, vi è ancora tanto da fare.
L' "alert" arriva direttamente dalla Cornell University, Accademia di Ithaca, nello stato di New York.
Sono le attuali cifre del tabagismo, che si hanno a livello globale, a stimolare verso una riflessione che sia seria e che, soprattutto, sia lungi da trionfalismi.
"Le nuove soluzioni – incalzano dall’Università statunitense – che consentono di fornire nicotina senza combustione, presentano una sostanziale opportunità per porre fine alla morte ed alle malattie associate al consumo di tabacco, specialmente nei Paesi a basso e medio reddito".
Dalla constatazione e denuncia del problema alla fase della proposta.
L’appello della “Cornell” è rivolto alle aziende del tabacco affinchè queste vadano a predisporre, subito, “un piano chiaro per eliminare gradualmente i prodotti combustibili ad alto rischio dalla loro catena di produzione a favore dei nuovi prodotti alternativi a rischio ridotto”.
Allo stesso tempo si auspica una differente centralità degli addetti ai lavori quali i professionisti sanitari, ovvero di coloro i quali vivono la quotidianità della clinica e si misurano con le difficoltà dei loro pazienti.
Una dimensione di interfaccia reale con le difficoltà che, in tema di tutela della salute, si sviluppano nelle corsie degli ospedali, negli ambulatori della medicina di prossimità, negli studi professionali e non nelle stanze dei massimi Organismi europei e mondiali.
Quegli Organismi che orientano le politiche sanitarie globali ma che, purtroppo, sono lontanissimi dalla percezione del reale.