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Non si è ai livelli delle super stangate che, da più versanti, stanno cascando su Juul Labs e che ne stanno significativamente “ridimensionando” i progetti di crescita.
Certo è, però, che neppure sono spiccioli quelli che dovrà sganciare E-Juice Vapor, realtà californiana attiva nel settore svapo che si è vista multare pesantemente dallo Stato di Washington per non essere riuscita ad evitare che under 21 facessero compere di prodotti del vaping attraverso il suo web store.
E-Juice dovrà scucire, infatti, qualcosa come 370.000 dollari: in capo alla Azienda in questione, però, anche l’aggravante – dato che incide tantissimo sulla mole sanzionatoria – di non aver “collaborato” con gli inquirenti e con lo Stato nell'iter giudiziario innescatosi nell’Agosto 2020, ovvero un anno addietro.
Le maglie di controllo dell’azienda, venendo al cuore del problema, per dei buchi di sicurezza interni, non hanno filtrato in più circostanze il tentativo di fare acquisto di e-liquid e di e-cig da parte di acquirenti non aventi i requisiti anagrafici per farlo, considerando come la possibilità è riconosciuta dalla norma dello Stato di Washington solo a quanti con età pari o superiore a 21 anni.

LA LUNGA TRAFILA PER ACCERTARE L’ETA’ LEGALE
Nello specifico, il venditore, al pari di quanto avviene in Italia alla luce delle recenti “news” della Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, deve porre in essere una serie di procedure per assicurarsi della adeguata età dall’acquirente.
Il venditore, oltre a specificare chiaramente l’età minima legale per chiudere transazioni sul sito web, deve poggiarsi su un servizio di verifica, offerto da terzi, che confermi il nome, l’età e l’indirizzo di residenza dell’acquirente; deve vagliare le informazioni sulla carta di credito, acquisire una certificazione sottoscritta dall’acquirente che ne provi l’età legale per comperare prodotti del vaping nonchè procedere a tutta una serie di diversi passaggi.
Una mazzata, in ogni caso, per E-Juice che, tuttavia, non è stata la sola casa a finire nel mirino degli 007 sempre per la stessa fattispecie di “reato” di vendita on line di prodotti svapo ad adolescenti.
Uguali sanzioni sono state elevate anche ad altre realtà, sempre nell'ambito della medesima azione e sempre contestandosi gli stessi "punti".
Sebbene, però, con sanzioni decisamente meno pesanti dal momento che gli inquirenti hanno potuto registrare quella collaborazione che, come detto, è mancata da parte di E-Juice.
Le altre aziende raggiunte da sanzioni, si diceva, sono Vanval Vapore (30.000 dollari); Zenith (50.000); Local Vape (50.000); Northland Vapor (7.000); Wov (20.000); Vaping Zone (40.000).

San Francisco e Washington, un filo sottile.
In spregio ai dati scientifici, negli Stati Uniti d’America abbondano le iniziative anti-svapo.
L’Assemblea cittadina di Washington, che sarebbe l'omologo del nostro Consiglio comunale, ha ratificato un provvedimento locale, pertanto applicabile esclusivamente entro il territorio cittadino, con il quale si fa divieto di vendere prodotti del tabacco aromatizzati.
Stop a sigaretta alla menta, per esempio; Il nodo, però, risiede nel fatto che la norma in questione amplia le restrizioni anche alla sfera della sigaretta elettronica.
Di conseguenza sarà proibito commercializzare, presso le attività cittadine, e-liquidi che presentino una fragranza diversa rispetto a quella base.
Niente liquidi fruttati, dolci. Nulla di nulla.
Solo il minimo indispensabile.
La ragione di tutto ciò?
Niente sorprese, la “solfa” di sempre: a detta dei legislatori locali, infatti, gli “aromi” particolari calamiterebbero i giovani allo svapo e lo svapo, ancora, sarebbe – a detta loro – una corsia preferenziale verso un futuro da tabagista.
Situazioni rispetto alle quali – si pensi alla ipotetica relazione svapo-fumo – la ricerca (quella onesta, non quella prezzolata) si è espressa in modo chiaro escludendo qualsivoglia connessione.
Anzi.
Ma tant’è.

POTRANNO ESSERE VENDUTI SOLO I LIQUIDI BASE
Altamente interdetto, sul punto, Queen Adesuyi, Responsabile delle Politiche presso l’Ufficio per gli Affari nazionali della Dpa a Washington.
“Vietare i prodotti del tabacco aromatizzati non farà scomparire questi prodotti o il desiderio di averli – ha sottolineato il medesimo – I divieti sulle sostanze semplicemente rendono l’uso e l’acquisizione di detta sostanza più pericolosi e rischiosi”.
Alias contrabbando: la vicenda americana (vedi la guerra all’alcol) e non solo insegna come l'atteggiamento di proibizionismo non risolva il problema ma finisce per dirottare, fondamentalmente, i consumi dall’area “ufficiale” a quella del contrabbando.
Con riflessi in termini di minori introiti per lo Stato e di minore tutela per il consumatore (qualcuno ricorda Evali?).
Ma tant’è.
Washington come San Francisco: divieto sui liquidi aromatizzati nell’ottica di arginare una fantasmagorica “epidemia di svapo giovanile".
Sappiamo tutti come è finita nella città californiana: ad un anno dallo "start" delle restrizioni, si è assistito ad un incremento esponenziale di fumatori tra i più giovani.

Per dirla breve, ci risiamo.
Corsi e ricorsi storici.
Anche in Israele, infatti, si varano misure del tutto "sui generis" per quel che riguarda le politiche relative a sigarette e possibili alternative.
Il Ministro della Salute, infatti, Nitzan Horowitz, mira a sposare una normativa che, secondo il medesimo e secondo i colleghi del Governo di cui è parte, sarebbe finalizzata a limitare il fenomeno del fumo.
Paradossalmente, però, il presupposto molto particolare è quello di “contrastare il fumo” attraverso restrizioni e paletti da porre sul settore delle e-cig: l’obiettivo, in particolare, sarebbe quello di allargare al settore vaping la legislazione fiscale già applicata alle sigarette classiche.
Una equiparazione illogica.
O forse no.
Secondo le valutazioni del Ministro – un ragionamento ovviamente viziato da pregiudizi e da pessimi riferimenti scientifici – le sigarette elettroniche, comunque abbastanza diffuse tra i giovani di Israele, sarebbero una sorta di via di accesso al fumo, una corsia preferenziale verso un domani da tabagista.

ARRIVANO ANCHE GLI “AVVISI” SUI PACCHETTI DI SIGARETTE
Si tratta, come chiaro, di una concezione palesemente deformata, di una infondata idea che si ritrova in modo diffuso tra i complottisti anti-vaping.
Più approfondimenti scientifici seri – non quelli prezzolati – hanno chiarito su come non sussista alcun effetto “gateway”, su come non vi sia alcuna connessione tra un presente da svapatore ed un futuro da fumatore.
Ma tant’è.
In Israele si sta affermando questa pericolosa "linea", quindi, da qui a breve, sarà rincaro sul settore con conseguente, prevedibile “plus” dei costi in capo al consumatore finale.
Le strategie anti fumo, per il resto, andranno a toccare anche il marketing: da ora in poi sarà vietato fare propaganda sui media dei prodotti a base di tabacco e, allo stesso tempo, saranno introdotti gli avvisi sui pacchetti di sigarette recanti gli “alert” del tipo “nuoce gravemente alla salute”.
Una misura già varata in 120 Paesi al mondo ma che era ancora non nota alla Potenza guidata da Reuven Rivlin

Le sigarette elettroniche sono più efficaci per smettere di fumare rispetto alle altre soluzioni disponibili.
A rivelarlo analisi posta in essere dalla Queen Mary University di Londra e commissionato dal Cancer Research UK.
I ricercatori, in particolare, hanno mosso da una constatazione: cerotti a base di nicotina, gomme da masticare, sempre a base di nicotina, spray nasale e quant’altro, possibilità autorizzate da oltre trent'anni, anche quando associati ad una terapia comportamentale, partoriscono risultati che sono alquanto modesti.
Partendo da questo elemento, quindi, gli analisti della “Queen” hanno voluto capire quale potesse essere, invece, l'utilità, l'efficacia, in ottica di smoking cessation, della e-cig.
Per tale finalità, quindi, sono stati "assoldati" ed inseriti nello studio 135 attuali fumatori: ad alcuni di essi sono stati offerti le opzioni di sempre (vale a dirsi cerotti, spray, gomme) e ad altri una sigaretta elettronica ed un liquido con un gusto a scelta.
Ebbene, dopo un semestre di osservazione, si è dedotto come nella "coorte" della sigaretta elettronica il 27% dei partecipanti avesse limitato il fumo di almeno la metà (rispetto al 6% di quanti inseriti nel gruppo che aveva utilizzato le alternative).
Simile differenza è stata rintracciata anche considerando quanti erano riusciti completamente a smettere di fumare: il 19% dei partecipanti facenti parte del gruppo della sigaretta elettronica era riuscito a smettere di fumare rispetto al 3% percentuale di quelli rientranti nel gruppo “Nrt”.

DATI SCHIACCIANTI A FAVORE DELLA E-CIG
Michelle Mitchell, Amministratore delegato di Cancer Research UK, Ente che ha finanziato la ricerca, ha rivelato
“Questo studio mostra chiaramente come le sigarette elettroniche possano essere uno strumento molto efficace per quanti vogliano smettere di fumare, compresi coloro i quali hanno provato a smettere in precedenza, non riuscendovi.
La ricerca finora condotta dimostra, ancora, come lo svapo sia molto meno dannoso del fumo.
Ovviamente le sigarette elettroniche non sono esenti da rischi e non conosciamo ancora i loro effetti a lungo termine: quindi le persone che non hanno mai fumato non dovrebbero usarle”.
Questo nel Regno Unito dove, per quel che riguarda le alternative al fumo, si procede da svariato tempo in corsia di sorpasso.
In Italia, intanto, i Centri antifumo legati al Sistema sanitario nazionale, in verità neppure abbondantemente “frequentati”, offrono quale soluzione per la cessazione le soluzioni tradizionali con riscontri che sono francamente non lodevoli mantenendo al di fuori dei loro piani la sigaretta elettronica.
Ovviamente nulla da dirsi nei riguardi di quanti li operano, “inquadrati” come devono essere alle linee del Ministero della Salute non essendo loro facoltà quella di intraprendere in autonomia vie “alternative”, quale la e-cig, appunto, che non sono istituzionalmente riconosciute.
Il quesito è e resta quello di sempre: quando anche in Italia una analisi obiettiva e scevra da pregiudizi sulla questione?

Le sigarette elettroniche sono più efficaci per smettere di fumare rispetto agli altri “metodi” proposti.
A confermarlo un approfondimento condotto dalla Queen Mary University di Londra e finanziato dal Cancer Research UK.
I ricercatori sono partiti da una constatazione: cerotti a base di nicotina, gomme da masticare, spray nasale e quant’altro, soluzioni autorizzate da oltre un trentennio, anche quando abbinati ad una terapia comportamentale, producono risultati che sono alquanto contenuti, modesti.
Partendo da questo presupposto, quindi, gli studiosi della “Queen” hanno voluto comprendere quale potesse essere, invece, l’impatto, in chiave di smoking cessation, da parte della sigaretta elettronica.
Allo scopo, quindi, sono stati arruolati ed inseriti nello studio 135 attuali fumatori: ad alcuni di essi sono stati offerti i metodi convenzionali (quali cerotti, spray, gomme) e ad altri una sigaretta elettronica ed un liquido con un gusto a piacimento.
Ebbene, dopo sei mesi di osservazione, si è rivelato come nel gruppo della sigaretta elettronica il 27% dei partecipanti avesse ridotto il fumo di almeno la metà (rispetto al 6% dei partecipanti allo studio inseriti nel gruppo delle alternative).
Medesima differenza è stata rinvenuta anche guardando a quanti erano riusciti del tutto a smettere del tutto di fumare: il 19% dei partecipanti appartenenti al gruppo della sigaretta elettronica era riuscito a smettere di fumare contro il 3% di quelli afferenti il gruppo “Nrt”.

DATI SCHIACCIANTI A FAVORE DELLA E-CIG
Michelle Mitchell, Amministratore delegato di Cancer Research UK, soggetto finanziatore dello studio, ha dichiarato
Questo studio mostra chiaramente come le sigarette elettroniche possano essere uno strumento molto efficace per quanti vogliano smettere di fumare, compresi coloro i quali hanno provato a smettere in precedenza, non riuscendovi.
La ricerca finora condotta dimostra, ancora, come lo svapo sia molto meno dannoso del fumo.
Ovviamente le sigarette elettroniche non sono esenti da rischi e non conosciamo ancora i loro effetti a lungo termine: quindi le persone che non hanno mai fumato non dovrebbero usarle”.
Questo in Inghilterra dove, per quel che riguarda le alternative al fumo, si viaggia da anni in corsia di sorpasso.
In Italia, intanto, i Centri antifumo convenzionati con il Sistema sanitario nazionale, in verità neppure intensamente “frequentati”, offrono quale strategia per la cessazione opzioni tradizionali con risultati che sono obiettivamente non esaltanti mantenendo al di fuori dai loro programmi la sigaretta elettronica.
Ovviamente nulla da dirsi nei confronti dei medici e del personale che li vi opera, “sottoposti” come sono agli indirizzi del Ministero della Salute – cui appartengono – non potendo intraprendere in autonomia strade “alternative”, quale la e-cig, appunto, che non sono istituzionalmente riconosciute.
L’interrogativo è e resta quello di sempre: quando anche in Italia una valutazione obiettiva e priva di pregiudizi sulla questione?

Health Canada torna sui suoi passi, quanto meno nelle dichiarazioni.
Secondo la medesima, infatti, imporre divieti e restrizioni sui liquidi per sigarette elettroniche non potrà far altro che produrre l’effetto, molto indesiderato, di aumentare il numero dei fumatori.
A sostenerlo, come detto, il sodalizio nordamericano, Istituzione federale parte integrante del Portafoglio Sanità canadese e che opera, quale sua “mission”, nella direzione di garantire alla cittadinanza standard qualitativi elevati in termini di assistenza sanitaria.
Come già raccontato dalla nostra testata, infatti, è in itinere in Canada un percorso legislativo che prevede il “ban”, da qui a breve, di tutti quei liquidi che abbiano gusti alla menta ed al mentolo, così come gusti fruttati.
In pratica, una volta esecutiva la legge, resterebbero negli scaffali degli “store” esclusivamente e-liquidi dall’aroma base.
Ma dicevamo di Health Canada.
Il suo, come in esordio anticipato, è un vero e proprio dietrofront, ed anche clamoroso.
Ebbene si, perchè detto Organismo, nel suo ruolo di “braccio” del Governo, ha partecipato attivamente alla formazione della norma taglia-liquidi fruttati, quanto meno nel suo indirizzo.

L’ALLARME
Ora, però, quando ormai manca un nulla a che la legge diventi efficace, l’ammissione di come tale provvedimento non farà altro che dare una gran mano al fumo ed ai suoi interessi.
E, ovviamente, piovono polemiche.
“E’ facilmente prevedibile, tra le altre – commenta David Sweanor, presidente dell’Advisory Board per il Center for Health, Law, Policy and Ethics presso l’Università di Ottawa – come alcuni consumatori che sono doppi utilizzatori di sigarette e sigarette elettroniche, poiché in una fase di transizione, non sostituiranno i liquidi “fruttati” con quelli al tabacco ma finiranno per acquistare più sigarette.
E’ innegabile – ha proseguito lo stesso – che siamo al cospetto di una uscita molto critica.
In pratica, Health Canada sta facendo una ammissione di colpevolezza, sta dicendo che sta contribuendo a fare qualcosa che ucciderà i canadesi”. Ebbene: lo stesso Governo sa che sta per dare l’ultimo “nulla osta” a qualcosa che si andrà a ritorcere sulla pubblica salute ma persevera, insiste nella sua scelta.
Ed, allora, non resta che domandarsi: perché?

L’importanza di sensibilizzare i fumatori che sono gravati da patologie di tipo cardiovascolari (e non solo) ad avviarsi ad un percorso di smoking cessation attraverso la proposta di prodotti alternativi quali quelli rappresentati dalla e-cig: è questa la conclusione cui è giunto una analisi condotta in Francia e per il tramite della quale sono stati mappati, in un percorso protrattosi per cinque anni, 2.615 fumatori-pazienti che avevano “dichiarato” in anamnesi un precedente di ictus e/o di infarto.
L'approfondimento ha potuto chiarire come, nonostante i fumatori fossero ben consci della serietà delle loro patologie, gli stessi si siano ugualmente rivelati significativamente restii a liberarsi delle sigarette.
Ovvero, la dipendenza dal tabacco si è rivelata più forte delle paure per le personali condizioni di salute.
Ad un follow up eseguito nel primo dei cinque anni, nello specifico, si era appurato come il 26 percentuale dei pazienti (tutti in cura per affezioni a carico dell'apparato cardiaco) fosse rappresentato da fumatori.
Cinque anni dopo, all'ultimo monitoraggio, si è colto come entro questo gruppo di pazienti il tasso dei fumatori fosse sceso di appena un punto percentuale, passandosi da quota 26 a quota 25.

IL MEDICO ZAMORA “SITUAZIONE PREOCCUPANTE”
Ovvero, una sezione irrisoria dei pazienti si era scrollata del vizio: la parte rimanente, invece, aveva in modo imperterrito continuato a fumare, nonostante la consapevolezza di essere composta da soggetti delicati in virtù delle precedenti patologie.
Il legame con le sigarette si era rivelato, quindi, più forte del senso di responsabilità che avrebbe dovuto portare persone con quello status di salute a spezzare, subito, il feeling con le “bionde”.
In tale impotenza o mancanza di volontà del soggetto dovrebbe, quindi, inserirsi l’Istituzione attraverso una azione di sensibilizzazione, incoraggiando, proponendo un percorso alternativo.
In tal senso si inquadra l'appropriata considerazione di Cristian Zamora, Specialista in Medicina interna presso l’Albert Einstein College of Medicine
È preoccupante – ha fatto presente lo stesso – come, nonostante i benefici ben documentati connessi allo smettere di fumare, in particolare dopo una diagnosi di malattia cardiovascolare, così pochi pazienti vogliano o riescano a cestinare i pacchetti”.
Ed è anche da considerare come non si possa ricondurre tale condizione ad una supposta disinformazione: ben il 95,9% dei soggetti seguiti ha rivelato, infatti, di essere consapevole del fatto che il fumo sia fattore favorente malattie cardiache; E, soprattutto, il 40,2% ha affermato di avere anche nozione di come le e-cig siano meno nocive delle sigarette tradizionali.
Il nodo, con tutta evidenza, è da rintracciarsi altrove: ovvero nel bisogno di un intervento da parte degli Organi istituzionali finalizzato ad assistere il fumatore e ad accompagnarlo in un percorso di cessazione

“Le alternative per la riduzione del danno “funzionano”, e ci sono tanti studi che lo dimostrano, ma le Istituzioni, la politica e una certa parte di scienziati puntano a screditare l’approccio di riduzione del danno da fumo con attacchi che screditano coloro che hanno un’opinione diversa dalla loro”.
Così, come riferisce ad Adnkronos Salute, Konstantinos Farsalinos, docente dell’Università di Patras e School of Public Health dell’University West Attica in Grecia nonché tra i principali esponenti su scala internazionale in termini di riduzione di danno da fumo.
Il ricercatore ellenico è stato tra i relatori della ottava edizione del Global Forum on Nicotine, kermesse annuale svoltasi a Liverpool con il coinvolgimento dei principali rappresentanti su scala mondiale in fatto di tabacco e di annesse soluzioni.

“LA POLITICA HA PRESO IL SOPRAVVENTO”
Nella scienza del tabacco e della nicotina – ha proseguito Farsalinos – la politica ha preso il sopravvento e la scienza è in secondo piano.
Il dibattito sulle strategie di riduzione del danno è dominato dai tentativi di screditarci con prove su immaginari conflitti di interesse e con studi senza nessuna solida base e usando la forza di alcuni gruppo di potere come Bloomberg Philanthropies che ha investito milioni di dollari in quest’opera di discredito, senza però confutare i risultati dei nostri studi sulle potenzialità della riduzione del danno da fumo.
Diverse organizzazioni fondate da Bloomberg non hanno mai presentato evidenze scientifiche ma – ha concluso l’accademico – provano a insinuare dubbi su immaginari conflitti di interesse”.
Senza peli sulla lingua, nessun filtro per Farsalinos.
Che esprime denuncia a chiare lettere come la scienza sia condizionata, contaminata da influssi istituzionali-politici strettamente legati ad interessi di tipo economico.
Ancor più importante, però, che in questo vortice viziato si stia facendo coinvolgere anche parte della scienza.
Con effetti che, complice il meccanismo non gestibile dei social, hanno conseguenze devastanti

Clamorose "news" quelle “emerse” nelle ultimissime ore.
Pfizer ha interrotto, infatti, la distribuzione di Chantix, farmaco anti-fumo e, addirittura, ha disposto il ritiro di alcuni lotti.
La motivazione?
Probabili effetti cancerogeni.
Ma procediamo per gradi.
La notizia ha preso a circolare Venerdì 25 Giugno, battuta dalle principali agenzie mondiali e, ovviamente, ha sollevato gran clamore.
Ebbene sì, perché Chantix (o Champix) è la "pillola" per eccellenza utilizzata nei percorsi di smoking cessation, parte integrante degli specifici iter istituzionalizzati sanitari.
Sugla commerciale della vareniclina, sul mercato dal 2006, la molecola, come da bugiardino, “agisce a livello cerebrale in modo simile alla nicotina, ed è in grado di ridurre il desiderio di sigarette e altri prodotti del tabacco”.
Offerta in alternativa al bupropione, Chantix o Champix è, come fatto presente, il farmaco antinicotina per antonomasia la cui assunzione viene indicata, già a partire dai 18 anni, per un lasso temporale di 12 settimane: un margine considerato dai produttori come congruo per la disassuefazione.

ABBONDANZA DI NITROSAMMINE
Ebbene, tornando alle cose attuali, determinati lotti del farmaco sono stati repentinamente tolti dal mercato dal momento che ci si è resi conto – probabilmente per un difetto nella catena di montaggio – dell’abbondanza di nitrosammine, sostanza considerata come cancerogena.
La segnalazione è venuta dalla Food and Drug Administration, Organo Usa che sovrintende su farmacologia ed alimenti circolanti nel mercato degli Stati Uniti d’America in ordine alla loro sicurezza.
Dopo la segnalazione circa la cancerogenicità, sebbene ristretta, come detto, ad alcuni lotti, l'azienda farmaceutica ha stoppato la diffusione in tutto il mondo.
Un “incidente” che ha voluto dire un collasso dello 0.04.
Quanto alle nitrosammine, le stesse possono essere rintracciate quali elementi naturali degli alimenti (dalle birre ai salumi ed ai formaggi) o determinate da pratiche culinarie quali frittura ed arrostimento.
Senza omettere di ricordare la loro presenza in componenti quali il fumo di sigaretta e la plastica.
Gli Organi di sorveglianza italiani, in ogni caso, per quel che è il discorso alimentare, indicano la massima concentrazione in 150 milligrammi/chilo; Tornando a Pfizer, invece, dopo gli approfondimenti immediatamente scattati, si capiranno la modalità e la tempistica di riavvo del ciclo produttivo del farmaco.

Il Principato di Monaco e la linea del divieto assoluto.
Una condotta quasi talebana.
L'estate monegasca dà un taglio netto a sigarette, bionde o e-cig che esse siano.
Lo Stato di Alberto II, in particolare, ha disposto il divieto assoluto di fumare sigarette al tabacco e di svapare "elettroniche" su quelle che sono le principali spiagge ricadenti sulla propria fascia costiera.
La misura troverà adozione, tra le altre, sulla spiaggia del Larvotto, su quella del Solarium, situata sul molo Casiraghi, e sulla ulteriore denominata dei “Pescatori”.
La norma generale prevede che non si potrà fare uso di e-cig e bionde sulla maggior parte degli arenili: laddove fosse permesso, in deroga all’ordinanza, saranno collocate specifiche segnaletiche che faranno indicazione della possibilità di poter liberamente fumare o svapare.
La norma è stata introdotta in vista della ormai avviata stagione estiva: le restrizioni sono pienamente efficaci da ieri, Sabato 26 Giugno, e si estenderanno, nella loro efficacia, per tutto il mese di Settembre.
Le motivazioni sono quelle eseenzialmente note, ovvero “proteggere la popolazione dai rischi associati al fumo passivo e garantire l’equilibrio del suo ambiente naturale e del suo ambiente”.

IN ITALIA NESSUN COMUNE HA VIETATO LA SIGARETTA ELETTRONICA
Nell’ultimo riferimento, ovviamente, ricadono le politiche anti-cicche essendo noto quale possa essere l'effetto sull’ecosistema determinato dall’ abbandono al suolo del residuo delle sigarette.
Tutto bene, tutto giusto. Meglio dirsi, a metà: a suscitare perplessità, infatti, è la parte del provvedimento che riguarda il vaping.
Con riferimento all’impatto sull’ecosistema, per iniziare, la misura preventiva non può essere riferita al fumo elettronico giacché esso non causa la produzione di rifiuti.
Per il resto, anche un eventuale svapo passivo non desta evidenze in termini di chiaro danno.
In effetti, si prenda il caso dell’Italia, la molteplicità di realtà comunali che hanno messo sul tavolo disposizioni restrittive sul fumo di sigaretta non hanno esteso tali “strette” anche alle sigarette elettroniche.
In merito, i casi di Milano, di Firenze, di Torino come anche tutti quelli dati dai luoghi balneari che hanno adottato le ordinanze su scala cittadina.
Dalle parti del Principato, invece, si è andati oltre, molto oltre: ed il coinvolgimento dello svapo nel turbinio dei divieti non pare avere alcuna base in fatto di tutela della salute pubblica e di quella ambientale.