I piccoletti vincono contro il colosso

Vietato chiamarsi “boss”. Vietato dare alla propria azienda o ad un proprio prodotto l'appellativo di “boss”.
Sono paradossi veri e propri, prossimi ad una condotta di eccesso, quelli che vengono dalle cronache giudiziarie europee.
Una piccola azienda che produce liquidi per sigarette elettroniche – la “Flavor Boss”, appunto – è uscita da un incubo giudiziario protrattosi per ben quattro anni. Ebbene si, quattro anni.

Perchè la sola colpa era quella di avere un “boss” di troppo nel nome aziendale ed in quello di uno dei suoi prodotti di punta, vale a dire “Boss shot”.
La vicenda è iniziata, tra l'incredulità generale, quando nella cassetta della posta della piccola ditta inglese, correva l'anno del Signore 2017, è giunta una missiva, dal tono alquanto forte, sottoscritta, appunto dalla Casa di moda fondata da Hugo Boss.

Un colosso che macina fatturati annui nell'ordine dei miliardi di dollari. Ebbene, il marchio tedesco invitava la piccola produzione di liquidi per e-cig a cambiare denominazione sociale. A cambiare la nomenclatura di alcuni dei marchi presenti sugli scaffali.
Secondo i “ricorrenti”, infatti, “Flavor” non voleva far altro che sfruttare la terminologia “boss” per “alludere”, in un certo senso, al più noto “Hugo”.
Una sorta di stratagemma, secondo le ipotesi “accusatorie”, per godere di quello che sarebbe stato un immeritato ritorno in termini di immagine commerciale.
Odore di plagio, per dirla breve.

A nulla sarebbero bastate le spiegazioni informalmente rese al colosso tedesco.
Che, perseverando nell'atteggiamento iniziale, ha portato la questione nelle aule giudiziarie. Spendendo un bel po' di denaro per il procedimento – ma cosa vuoi che sia qualche migliaia di euro per chi è quotato in borsa...
Fatto sta, si diceva, che i piccoletti di “Flavor boss” hanno avuto la meglio al cospetto dei giudici. Che hanno respinto l'istanza di chi ha instaurato il Giudizio e deciso che nessun nome dovesse essere cambiato perchè non insussistente intento truffaldino.