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La ricerca e l'esigenza di un rigore metodologico, di una sua autonomia.
Una necessità sempre più stringente, tanto più oggigiorno allorquando, forza dei social, le notizie dilagano in tempi rapidissimi e con una capillarità impensabile fino a qualche anno addietro.
Più facile circolazione delle notizie, maggiore possibilità di accedere ad informazioni. 
Maggiore, allo stesso tempo, la necessità di fare veicolare notizie quanto più aderenti al reale.
Se i media, spesso e volentieri, sono protagonisti di una diffusione di news strampalate, anche Istituzioni e altri soggetti di importante rilievo generano i loro danni.
La ricerca, appunto.
(Anche) in tema di sigaretta elettronica, come noto, non mancano affatto studi distorti, pilotati, metodologicamente sbagliati.

Un ultimo esempio, al riguardo, giunge dagli Stati Uniti d’America e, nel dettaglio, dalla San Diego School of Medicine e Moores Cancer Center.
Gli autori dell'approfondimento, nel dettaglio, hanno, ad esito di loro studio, sottolineato come la e-cig e, in particolare, le sostanze contenute nei liquidi potrebbero, in determinati casi, generare una serie di disturbi a carico dell’apparato intestinale.
Disturbi che andrebbero dalle malattie infiammatorie intestinali a quelle di tipo tumorali passando per aterosclerosi, fibrosi epatica, diabete, artrite e chi più ne ha più ne metta.
E, come naturale che sia, le conclusioni di tale ricerca, tanto più perchè provengono da un prestigioso Istituto universitario, sono state prontamente riprese da altrettanto autorevoli fonti di stampa dandosi così vita ad un effetto tsunami sui social.
Aggiungendosi, così, false credenze a false credenze sulla sigaretta elettronica.
Fortunatamente, però, qualcuno si è preso la briga di non accontentarsi di quanto spiattellato sui social andando, invece, ad analizzare il metodo e le modalità adoperati dagli studiosi americani.
Ed ecco che, puntuali, sono saltate fuori le storture.

IN LABORATORIO CONDIZIONI CHE NON CORRISPONDONO AL REALE

Ad una indagine più approfondita, infatti, facendo le pulci al lavoro della San Diego School, ci si è resi conto di come, in regime di laboratorio, le cellule intestinali fossero state esposte al diretto contatto del vapore e, in particolare, del glicole propilenico e del glicerolo vegetale, sostanze che sono ritenute incriminate.
Una situazione, questa rappresentata, che non si ritrova nella realtà delle cose: il vapore, infatti, al pari di qualsivoglia sostanza inspirata, prima di entrare a contatto con un tessuto del corpo, viene “mediato” dall’apparato polmonare.
In più non si può trascurare la questione relativa al minor danno: la San Diego School of Medicine e Moores Cancer Center ha ragionato, infatti, solo in termini di impatto del vapore sui tessuti intestinali. Non coinvolgendo il fumo entro questo discorso.
Se anche lo svapo può determinare problemi a carico dell'intestino, si può forse escludere che le "bionde" non possano innescarne di altri in modo ancora più incisivo?
Stante la delicatezza della questione, quindi, sarebbe auspicabile che quanti approfondiscono il tema svapo in sede scientifica, lo facciano mettendo in parallelo lo svapo stesso al tema fumo. 
Perchè la sigaretta elettronica deve essere inquadrata come possibilità per smettere di fumare, come soluzione meno dannosa per l'utilizzatore. 
Ed il consumatore, che vuole smettere di fumare e non riesce a farlo senza un supporto, ha diritto di essere edotto sulle più tenui conseguenze a carico della sua salute insite nel "passaggio".
Al fine di operare una scelta che sia figlia di massima consapevolezza.

Ricordate Beverly Hills 90210, la fortunata serie americana – ambientata nella città californiana popolata dai vari Dylan, Brendon e Brenda?
Ebbene, “Beverly Hills” non resterà negli annali esclusivamente per i suoi panorama in bikini e per quella “pellicola” vintage anni Novanta.
Ma anche per un suo primato tutto in chiave anti-fumo ed anti-svapo.
Ebbene si, perchè la città della Contea di Los Angeles è, unitamente a Manhattan Beach, pure essa in California, la prima città dell'Occidente del mondo a porre divieto assoluto di vendita di prodotti a base di fumo e di svapo.
Ebbene si. Presso le attività commerciali delle due città non potrà, infatti, farsi vendita né di sigarette, nè di alcun tipologia di prodotto a base di tabacco. Né, ancora, di prodotti da svapo, compresi i liquidi.
Nulla di nulla.
L’idea, in quel di Beverly Hills, era già in valutazione da qualche tempo e, solo ora, più precisamente a partire dal 1 Gennaio 2021, si è sostanziata in una ordinanza pienamente operativa.
Ai titolari delle attività interessate, ampiamente preavvisati, è stato dato significativo margine per smaltire il materiale in giacenza negli scaffali e nei magazzini.
Dal primo giorno dell’anno appena iniziato, però, come detto, non saranno consentite deroghe.
Ovviamente, il divieto riguarda solo la commercializzazione e non il consumo: sulle spiagge e tra le strade di Beverly Hills si potrà continuare tranquillamente a fumare e/o svapare: l’unico problema risiede nel fatto che tali prodotti ce li si dovrà procacciare, necessariamente, fuori città.
Il papà dell’iniziativa, in quel di Beverly Hills, è l’ex Primo Cittadino John Mirisch, anche tra i fondatori di Action on Smoking & Health, sodalizio che, dal 1971, anno della sua costituzione, opera in chiave di sensibilizzazione anti fumo.

IL RISCHIO DI DARE UN ASSIST AL CONTRABBANDO

“Se domani – sottolinea Mirisch – dovesse emergere nuovi prodotti tali da creare dipendenza e provocare morte, ovviamente ne vieteremmo la vendita. 
Probabilmente –
 la chiusura – accuseremmo anche le persone che lo hanno commercializzato di omicidio colposo”.
Sarebbe tutto plausibile se non fosse per qualche valutazione.
Su tutte quella connessa al fatto che il proibizionismo esasperato, come in questo caso, così estremo ed ortodosso, non potrà far altro che dare forza al mercato nero ed al contrabbando.
Sono i libri di storia degli Stati Uniti d'America, in particolare, ad insegnarlo. Così fu con l'alcol, ad esempio. La stretta che si ebbe, sempre in Usa, ai principi del secolo Novecento, con le severe restrizioni imposte sui consumi, non fecero altro che consentire lo sviluppo di un florido mercato illegale parallelo.
E tutto questo non ha fatto altro e non potrà far altro che recare danno alle casse statali ed all’economia ufficiale, per intendersi. Nonchè alla pubblica salute per l’inevitabile ingresso nelle case, tramite il traffico illecito, di prodotti che non sono controllati e che non sono sottoposti ai necessari protocolli di sicurezza.

La sigaretta elettronica provoca un basso nocumento a carico dell'organismo umano tant'è che si può affermare come il sistema circolatorio e quello cardiaco di uno svapatore non sembrino presentare importanti differenze rispetto a quelli di un individuo che non è fumatore.
Sempre che, ovviamente, vi sia una parità di condizioni di salute di base.
Sono queste alcune conclusioni che emergono da una “Research Letter” pubblicata su Circulation, testata scientifica a cura dell’American Heart Association con primo autore il dottor Andrew Stokes, docente dell’Università di Boston.
La ricerca ha preso in esame quattro categorie di persone rappresentate, rispettivamente, da non fumatori, svapatori, fumatori di sigarette tradizionali e, ancora, i cosiddetti “duali”. Vale a dire quanti fanno simultaneo utilizzo di sigarette elettroniche e di classiche.
Ebbene, attraverso l’esame di sangue e di urine, si è passato a valutare valori quali Proteina C reattiva, Interleuchina-6, Fibrinogeno, Isoprostano urinario.
Valori che, nella loro maggiore o minore presenza, possono rendere indicazioni indirette rispetto a possibile stress a carico di vasi coronarici e stress ossidativo.
Tutte condizioni che possono rivestire un ruolo anche significativo nel determinarsi di accidenti di tipo cardiocircolatorio, insufficienza cardiaca inclusa.

Ebbene, a conclusione dell'approfondimento, si è potuto rilevare come i valori legati a stress ossidativo e stress coronarico fossero praticamente simili tra coloro i quali erano non fumatori e coloro i quali appartenevano alla categoria degli svapatori.
Decisamente più alti, invece, i valori nei fumatori.
Ed anche tra i già citati “duali”, ancora, si rinvenivano valori mediamente più alti rispetto a quelli rintracciabili negli utilizzatori di sigaretta elettronica o di alcun tipo di dispositivo.
I duali, appunto. Proprio su tale categoria si è soffermata più di una riflessione da parte dei ricercatori di Boston.
La loro, infatti, viene giudicata essere una soluzione ammissibile fino a quando si andrà ad utilizzare la sigaretta elettronica, in parallelo al tabacco, per tentare di smettere di fumare, inquadrando il tutto in un percorso di “smoking cessation”.
In definitiva, come discorso provvisorio.
Non si può, invece, considerare la convivenza e-cig – sigaretta classica come una soluzione permanente.
Fino a quando si continuerà a fare uso delle “classiche”, infatti, resisterà sempre un fattore di danno e di rischio per l’organismo.
In definitiva: nessun compromesso può essere ammesso in fatto di fumo.
L’unica soluzione è quella di dire addio alle sigarette.

Una "news" che avrà, per i complottisti dello svapo, l'effetto dirompente di un pugno nello stomaco. 

Udite, udite: la sigaretta elettronica, in una netta maggioranza dei casi, è utilizzata da ex fumatori.

Lo confermano le conclusioni di studio “YouGov”, approfondimento commissionato da “Action on Smoking and Health”, Organizzazione inglese da sempre impegnata in attività di contrasto al fenomeno tabagismo. Ebbene, si diceva, la ricerca ha potuto concludere come appena il 2% degli svapatori "sondati" non avesse avuto precedente alcuno con il fumo.
Ovvero: appena due persone su 100 hanno approcciato la sigaretta elettronica come loro prima “esperienza”.
Una maggioranza schiacciante degli utilizzatori di e-cig, invece, ammontante ad oltre il 98 percentuale, ha un pregresso nella sigaretta classica.
Qualcuno potendosi inquadrare ancora in una dimensione di “duale”, qualcun altro avendo già superato questa fase e potendosi fregiare, a pieno titolo, dei "gradi" di ex tabagista.

Ebbene, tutto quanto premesso, per dire cosa?
Per dire che la sigaretta elettronica si pone in una fase successiva al fumo, quale strumento di smoking cessation e non già come porta d’ingresso al mondo del tabagismo.
La sigaretta elettronica, ancora, per cercare un miglioramento alle proprie condizioni di salute.

E’ questa la ragione-principe che ha condotto, infatti, il 60 percentuale di quanti raggiunti dal sondaggio “YouGov” – come da loro stesse dichiarazioni – ad abbracciare la e-cig, ben consci di come il danno da prodotti da svapo potesse essere significativamente più basso rispetto a quello delle “bionde”.
Nessun effetto “gateway”, per dirla breve.
Tutt’altro.
La e-cig dopo la sigaretta, non prima di essa.

La sigaretta elettronica, pertanto, alla luce di tutto quanto detto, non funge da corsia preferenziale in rotta verso le bionde: questo il teorema che si ricava dalla ricerca inglese.
E che, quindi, va a smantellare il grande “j’accuse” che viene mosso dal partito degli anti-svapo.
Un “j’accuse” che indica nella e-cig uno step pre-fumo, pre-vizio.
Sulla base di questa falsa credenza, essendosi giustificata l’adozione di provvedimenti restrittivi, in ispecie negli Usa, come quelli che hanno portato alle limitazioni commerciali in capo ai liquidi dai sapori “alternativi”, ritenuti come motivo di tentazione per i più giovani.
Confusione artatamente creata da chi vuol far credere che la soluzione sia il problema.

Nella capitale per eccellenza delle sigarette elettroniche si studiano strategie tese a porre ulteriore disciplina (e restrizioni) al commercio di e-cig e di tutti i prodotti che, in generale, abbiano una base di nicotina e di tabacco.
Accade in Cina e, nel dettaglio, a Shenzen, super metropoli che annovera oltre 12 milioni di abitanti e che, come noto, ospita il quartier generale di Heaven Gifts, marchio che è leader nel settore svapo. E che, come altrettanto noto, ha appena posto piede in Italia stabilendo la sua sede a Milano.
Ebbene, si diceva, il Governo cittadino ha varato una nuova regolamentazione a mezzo della quale si va a introdurre il divieto di vendita di prodotti a base di tabacco e di nicotina entro 50 metri dagli Istituti scolastici ospitanti i livelli di Elementari e Medie.
Vale a dire: le attività commerciali che ricadano entro quel raggio dai riferimenti “sensibili” in questione non potranno, in alcun modo, vendere prodotti di tale tipologia.
Si tratta, come chiaro, di una sorta di “tutela” che si vuole fornire ai più giovani rispetto alla possibilità di accedere a prodotti che potrebbero rappresentare una “tentazione”.

NELLA METROPOLOLI GIA’ NON SI PUO’ SVAPARE IN LUOGHI PUBBLICI
Quella appena adottato a Shenzen, in realtà, non è una misura isolata.
Il medesimo Governo locale, infatti, ha già previsto, da oltre un anno, il divieto di fare uso di sigarette elettroniche in luoghi pubblici.
Con, di fatto, l'effetto di restringere la sigaretta elettronica, nel relativo "consumo", al solo ambito delle abitazioni private.
Tali misure si inquadrano in una campagna più vasta, intrapresa nel 2018, e che insegue l’ambizioso disegno di una città che sia libera, appunto, da nicotina e tabacco.
Un progetto che, però, mira a mettere il becco anche nella sfera delle già menzionate abitazioni private.
Negli intenti degli amministratori della città cinese, infatti, vi è – non è però chiaro servendosi di quali strategie d’azione, nel concreto – anche quello di raggiungere l’obiettivo del 50% di cosiddette famiglie senza fumo.
La road map di Shenzen, ancora, prevede che i riferimenti sanitari cittadini vadano ad offrire servizi per smettere di fumare ai residenti, dandosi priorità a quelli considerati ad alto rischio, come le persone affette da malattie croniche.

“Con il necessario supporto normativo e con l'altrettanto necessario sostegno della società civile, abbiamo valutato che le vendite di sigarette potranno avere termine, entro un lasso temporale quantificabile in 10-15 anni, in molti Paesi. 
Sì, avete capito bene: in molti Paesi assisteremo alla fine delle sigarette entro 10-15 anni”.

Una frase per certi versi choc quella che è venuta da André Calantzopoulos, Ceo di Philip Morris international, al cospetto della platea del vertice annuale “Concordia”.
Frasi ad effetto – si – se a proferirle è il leader di un colosso del tabacco che, con riguardo all’anno 2018, ha sfornato un fatturato 79,82 miliardi di dollari.
Ma che, però, già da tempo guarda in fette di mercato che vanno oltre la classica sigaretta.
E, nel dettaglio, verso il grande cosmo delle alternative, ambito nel quale – si veda, ovviamente, alla voce “Iqos” – Pmi si è già posizionata con ruolo di protagonista.

“Pur riconoscendo – ha evidenziato ancora Calantzopoulos – che l’opzione migliore sia quella di non iniziare mai a fumare, dobbiamo incentrare la nostra attenzione sui vantaggi che vivono nell’utilizzo di alternative più sicure.
Alternative che devono essere prese in considerazione su quello che è il fronte di lotta al fumo.
Oramai, un futuro in cui le sigarette siano da considerarsi come prodotto obsoleto non è remoto”.

“SI VOGLIONO MANTENERE DISINFORMATE MILIONI DI PERSONE”

Calantzopoulos, inoltre, sferra un attacco a non meglio precisate organizzazioni di Sanità pubblica e Ong che starebbero alimentando una resistenza ideologica rispetto alle nuove alternative al tabacco.
Sfortunatamente – ha ricordato, in merito, il Ceo – determinati programmi politici stanno rallentando questo percorso di progresso e lo stanno facendo mantenendo disinformate milioni di persone. 
Piuttosto che sviluppare un discorso rispetto a come regolare al meglio questi prodotti innovativi, nell’ottica di aiutare i fumatori ad abbandonare le sigarette, spesso ci troviamo di fronte a una resistenza ideologicamente guidata – 
chiude, appunto, Calantzpoulos – da alcune Organizzazioni”.
Il super manager di Philip Morris non menziona alcun soggetto in modo chiaro ma, nell’ascoltare le sue parole, il pensiero non può che andare all'Oganizzazione mondiale Sanità.
Vale a dirsi la costola sanitaria dell’Organizzazione Nazioni Unite, gran burattinaio delle politiche sanitarie mondiali.
Sfacciatamente e palesemente precluso al discorso svapo.

Le sigarette elettroniche possono rappresentare un potenziale rischio per la salute dell'uomo: è questa la teoria che mira a smontare un gruppo di ricerca internazionale guidato dal medico Dean Mills.
Convinto assertore della linea pro-svapo nonchè, ancor prima, della necessità di porre limite ai rischi fumo-correlati, Mills ha avviato il reclutamento di un corposo numero di persone di giovane età, comprese tra i 18 ed i 35, che non siano gravate da particolari tipologie di criticità fisiche.
E che, ovviamente, siano vapers.
L’obiettivo è quello di “studiare” e seguire nel tempo l'evoluzione di tali soggetti per verificare quanto la pratica dello svapo possa intaccarne la funzionalità polmonare nonchè altri parametri quali la capacità di fronteggiare lo sforzo fisico. 
A convincere il ricercatore a promuovere siffatta iniziativa di studio e, allo stesso tempo, di screening, una campagna abbastanza fitta condotta a livello mediatico di attacco al settore della sigaretta elettronica.
“Purtroppo, un recente articolo sul sito web di Usq – ha commentato Mills – ha fatto riferimento, in modo impreciso, al fatto che i fumatori ricorrano ai prodotti del vaping <<nonostante la mancanza di prove della loro efficacia>>. 
Contrariamente a questa conclusione, però – insiste lo studioso – ci sono innumerevoli studi che indicano in modo chiaro la sicurezza relativa dei dispositivi e la loro efficacia come strumenti validi per smettere di fumare”.

GLI SVAPATORI AUSTRALIANI? SONO BEN 200.000

“C’è un urgente bisogno, quindi – incalza lo stesso – di ulteriori ricerche per esaminare i rischi derivanti dallo svapo.
Mentre gli effetti nocivi delle sigarette di tabacco sono ben noti, ci sono poche prove e conoscenze sui rischi per la salute delle sigarette elettroniche perché sono relativamente nuove.
Questo studio ci aiuterà a saperne di più su come le sostanze chimiche contenute nelle sigarette elettroniche interagiscono con il corpo e i polmoni e a determinare se e come influiscono sulla nostra capacità di intraprendere attività fisica”.
Una prova del nove, in breve, una ulteriore conferma che Mills vuole fornire all’opinione pubblica, con l'imprescindibile ausilio della scienza, al fine di rafforzare le posizioni del vaping quale valido e meno dannoso strumento di smoking cessation.
È stato stimato, intanto, come nella sola Australia vi siano circa 200.000 vapers, la maggior parte dei quali giovani adulti.
Ed il motivo più comune per cui le persone iniziano a svapare, anche in terra australiana, vive proprio nella volontà di smettere di fumare e, quindi, di tutelare il proprio stato di salute.
Un esercito di ex fumatori che rischia di essere “scoraggiato” da campagne anti-vaping.
E di essere rispedito tra le braccia delle "bionde".

Pessime nuove per gli amici d'Oltralpe.
Ovviamente per quelli che sono fumatori.
Come rendono noto i Servizi doganali francesi, infatti, a decorrere dalla giornata di Martedi 1 Dicembre, è andato a regime un aggravio dei prezzi per quel che riguarda i pacchetti di sigarette.
I prezzi, vale a dire, di quasi tutte le marche sono stati elevati a ridosso della soglia di 10 euro.
Una piccola grande stangatina per la saccoccia dei consumatori di "classiche" che si innesta, come evidente, in un più ampio discorso di disincentivazione al fumo.
Giusto per fare qualche esempio, la marca “Winfield rosso” e quella “News & Co Bleu” sono da ieri in vendita a 9,90 euro.
Piccolo taglio, invece, per le Camel che, tuttavia, erano già al di sopra della quota 10 euro e che scendono da 10,30 a 10,20 euro.
La politica transalpina è alquanto netta: mettere mano alla tasca dei fumatori per scoraggiare i medesimi dalla particolare pratica: e l’argomento, almeno sulle prime, pare essere decisamente importante considerandosi, tanto per fare un esempio, come il costo di un pacchetto di “Camel” in Italia sia pari a circa 5,20 euro.
Praticamente la metà.

AUMENTI PARZIALMENTE COMPENSATI DA ALTO TENORE VITA

Quello di elevare la tariffa delle bionde a quota 10 euro era e resta target che l'Esecutivo francese si era posto per la fine dell'anno in corso cercandosi di proseguire in un trend che sta effettivamente portando la Francia ad un significativo crollo del numero dei numeri di fumatori.
Ed ai fumatori che calano corrisponde un plus nelle cifre degli svapatori: l’ultima analisi in tal senso, datata anno 2019 ma relativa ad un anno e mezzo prima, infatti, dice come poco meno di 900.000 persone avessero smesso di fumare grazie alla stampella trovata nelle soluzioni del fumo elettronico.
Ed, ora, l'importante aumento dei pacchetti che, comunque, è parzialmente equilibrato da un tenore di vita che vive al di sopra della media Ocse e che rivela come il reddito medio sia in 31.137 dollari annui.
Uguali strategie sono state adottate, come noto, in Olanda e in Australia.
Laddove, nel Paese oceanico, si è arrivati anche all’estremo di ipotizzare tariffe fino a 30 euro.
E la sigaretta diviene un lusso

Le sigarette ben presto abbandoneranno gli scaffali dei supermercati olandesi.
E’ questa una misura prossima ad andare a regime nella Nazione dei tulipani.
Cosa che è assolutamente inusuale in Italia – dove, di fatto, le sigarette si possono acquistare unicamente presso le rivendite di tabacchi – in Olanda, invece, quella di avere le “bionde” negli scaffali dei market è cosa consolidata.
Tant’è vero che presso tale tipologia di esercizi commerciali si vende circa il 55% delle sigarette che "popolano" il mercato olandese.
In parole povere, significa che, per effetto della nuova disposizione, verranno meno 6.000 dei complessivi 11.000 punti dove è possibile l’acquisto.
Una strategia semplice e chiara: come se, per combattere l’alcolismo, si passasse a chiudere enoteche, bar e birrerie.
Ebbene, l’obiettivo del Governo “orange” è quello di “tagliare” quello che è uno dei principali canali di rifornimento per il fumatore: una misura che si innesta nel più vasto programma di contrasto al fenomeno della dipendenza dal tabacco.
Una strategia globale che prevede anche di mettere mano alla tasca dei fumatori: nell’ultimo anno, infatti, si è assistito ad un aumento medio dei costi dei pacchetti pari a circa il 20 percentuale.
Lo scopo finale è quello di elevare il costo di ciascun pacchetto, sempre in quanto a tariffa media, a circa 10 euro.
E, sempre nell'ottica di contrastare la piaga fumo, è stata già disposta la disattivazione, con decorrenza anno 2022, di tutti i distributori automatici di sigarette.
Una stretta di quelle “dure”, “figlia” dell’esame di numeri che non sono “felici” per quel che riguarda la morbilità e la mortalità fumo-connesse.

OGNI ANNO MUOIONO 20.000 OLANDESI PER FUMO

“Tutte le Istituzioni e le organizzazioni – ha sottolineato, al riguardo, il Segretario di Stato Blokhuis – sono impegnati nella direzione di rendere più difficile iniziare a fumare e più facile smettere. Ciò si pone come urgenza dal momento che nel nostro Paese muoiono ancora 20.000 persone ogni anno a causa del fumo. E circa 75 bambini iniziano a fumare ogni giorno”.
Ma la politica restrittiva degli olandesi, tuttavia, non risparmia neppure l'ambito delle sigarette elettroniche.
La scorsa estate, in particolare, l’Esecutivo “orange” ha emanato divieto di fare commercio di liquidi aventi aromi fruttati facendo si che restassero sugli scaffali solo quelli al gusto base di tabacco. Il motivo che ha spinto a tali misure è presto detto: secondo gli esperti dei Paesi Bassi, infatti, i liquidi con tali fragranze sarebbero responsabili di “iniziare” le persone allo svapo.
Sfugge, però, ai politici "orange" – o si lasciano volutamente sfuggire – che tali “gusti”, piuttosto, cono un ottimo argomento per quanti vogliano intraprendere un discorso di “smoking cessation”.

I danni prodotti dal fumo passivo si riversano sui bambini.
A confermare il dato una nuova ricerca pubblicata lo scorso mese di Ottobre su “Pediatric Research”.
“Esposizione al fumo di tabacco infantile e modelli di utilizzo delle risorse sanitarie” l’intitolazione dell’approfondimento che, nelle relative conclusioni, desterà più di qualche scrupolo a quei genitori che, ancora oggi, si ostinano a fumare beatamente in presenza dei figlioli.
Ebbene, l’indagine ha accertato come i piccoli esposti al fumo passivo presentino tassi di ricoveri ospedalieri maggiori rispetto ai pari età che non lo sono.
Ad essere preso in esame un campione formato da 380 bambini “esposti” al fumo di un convivente e da ulteriori 1.140 piccoli che, nella loro quotidianità, si trovano, invece, in un ambiente protetto dalla sigarette.
Ebbene, le conclusioni hanno stabilito come i bambini del primo gruppo avessero 24 volte maggiori probabilità di essere ricoverati in ospedale rispetto ai bambini rientranti nell’altra categoria.
Sappiamo che l’esposizione al fumo passivo – ha fatto presente l’autore principale dello studio, Ashley Merianos, professore associato nella School of Human Services della UC – è correlata a una sostanziale morbilità nei bambini”.
La ricerca, inoltre, ha anche indicato come nei bambini del gruppo cosiddetto esposto si assistesse, in caso di ricovero, ad una incidenza quasi otto volte maggiore di essere sottoposti a procedure quali aspirazione nasale o somministrazione di steroidi.
Considerando, poi, una fascia ancora più ristretta data da bambini che soffrono di asma, si sono palesate probabilità ancora più importanti (fino a 27 volte) rispetto alla necessità di essere curati con steroidi durante la permanenza in ospedale e di oltre 15 rispetto a quella di ricevere albuterolo, ovvero un broncodilatatore usato per trattare gli attacchi di asma.
I frutti della ricerca, laddove non arrivasse il buon senso, provano tutti i rischi legati al fumo passivo a discapito dei più piccoli.

Si deve sensibilizzare – concludono gli autori della ricerca – rispetto alla promozione di condotte salute che siano appropriate, non sottovalutando i pericoli insiti nel fumo passivo, in ispecie quando questi possano andare ad abbattersi su fasce deboli della popolazione quale quella data dai bambini”.