Il vapore prodotto dalle sigarette elettroniche può amplificare il rischio di trasmissione del Coronavirus?
Vale a dire, le particelle emesse all’atto dello svapo – ovviamente da parte di un Covid+ – possono essere fonte di “pericolo”, in termini di contagio, per quanti si trovino nelle vicinanze?
La risposta è si sebbene in una misura decisamente irrisoria e quantificabile nella misura dell’uno percentuale.
Ad approdare a tale conclusione studio congiunto condotto dal Coehar, Centro di Ricerca per la Riduzione del Danno da Fumo dell’Università degli Studi di Catania, e dall’Istituto di Scienze Nucleari di Città del Messico e la Myriad Pharmaceuticals di Auckland.
Un interrogativo che, in effetti, in tanti si sono posti, relativamente alla sigaretta elettronica ed alla sigaretta classica.
Guardando con timore le nubi da vapore e quelle da tabacco classico come potenziali vettori “virali”.
“La ricerca – spiegano dal Centro catanese guidato da Riccardo Polosa – ha evidenziato che, in considerazione della brevità dell’atto della svapata, del tempo di esposizione e dei dati statistici su carica virale e tassi di infezione, svapare comporterebbe un aumento di solo l’1% del rischio connesso alla trasmissione del coronavirus rispetto alla normale attività respiratoria a riposo”.
Laddove, giusto per porre in essere un termine di paragone, si può fare riferimento al fatto che trenta colpi di tosse, nell’arco temporale, di un’ora determinerebbero un aumento del rischio pari a circa il 260%.

POLOSA “COMUNQUE IMPORTANTE ATTENERSI A REGOLE DI PRUDENZA”
L’approfondimento ha preso in esame la tipologia di inalazione maggiormente diffusa (la praticherebbe fino al 90% dei vapers), ovvero quella data dallo svapo di guancia, per effetto del quale il vapore viene trattenuto in bocca prima di essere introdotto nei polmoni.
Nonchè guardandosi, quali ulteriori parametri di riferimento, il numero degli sbuffi prodotti, le dimensioni delle goccioline emesse, la temporalità limitata dell’azione e i dati sulla carica virale del Covid-19, il contesto tipico di una abitazione (o di un ristorante) dotati di normale ventilazione.
Stante, quindi, queste situazioni medie, base si è concluso come lo svapare possa comportare un aumento, come detto, di solo l’1% del rischio
“Studiare e comprendere quali sia il ruolo delle diverse attività respiratorie nella trasmissione del virus, è di fondamentale importanza per migliorare le strategie dirette al contrasto della diffusione dell’infezione e per informare correttamente la popolazione – ha sottolineato Polosa – La nostra analisi dimostra che svapare in pubblico non comporta alcun rischio aggiuntivo rispetto a qualsiasi altra attività sociale, come mangiare insieme o incontrarsi per conversare. Rimane comunque buona regola rispettare le norme di distanziamento, sopratutto in contesti di socialità. Quindi si allo svapo – ha concluso l’accademico – ma rispettando sempre il distanziamento sociale e gli altri”.